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La testimonianza dei progettisti

L’ingegnere Roberto De Benedictis e l’architetto Salvatore Tringali: “Crediamo che la Cattedrale ricostruita, ancor più bella, riassuma in se la storia della vecchia e la contemporaneità del nostro tempo”.

Dopo il crollo del 13 marzo 1996, l’intera comunità civile e religiosa si diede subito da fare per avviare la ricostruzione dell’edificio Sacro, secondo il principio del dove era e come era. L’incarico progettuale fu affidato, su indicazione del Vescovo Mons. Salvatore Nicolosi, all’arch. Salvatore Tringali, al prof. Antonino Giuffrè ed all’ing. Roberto De Benedictis. Il prof. Giuffrè, sotto i cui insegnamenti è nato il progetto, non potè però parteciparvi per la sua prematura scomparsa. Nel progetto furono coinvolte diverse università, sia italiane che straniere e numerosi tecnici locali, il cui contributo è risultato essere determinante nell’attività di progettazione prima e di esecuzione dopo.

Quando il cantiere fu avviato, nell’ottobre del ’99, sentimmo di avere davanti a noi una montagna da scalare. Con molte incognite, legate ad un lavoro senza precedenti, e poche certezze. Fra queste, i disegni del nostro progetto. Giorno dopo giorno, sono stati quei disegni a rappresentare la bussola di un cammino durato oltre sette anni: i disegni di com’era e di come la Cattedrale avrebbe dovuto essere ricostruita, grazie anche a quella irripetibile campagna di conoscenza che fu lo studio delle macerie crollate e delle parti rimaste in piedi. Fu quello il primo importante contatto con la chiesa, dopo il tragico 13 marzo 1996. Per mesi, infatti, durante le complesse operazioni di sgombero da quelle macerie, potemmo osservare, catalogare, fotografare e disegnare ogni concio e gli elementi rilevanti di quelle strutture, fino a capirne il modo in cui erano state realizzate, pregi e difetti compresi. Ben 5656 elementi furono numerati ed archiviati di quell’ammasso di oltre 3600 metri cubi di macerie che coprivano ogni angolo della chiesa e che formavano un cumulo alto fino a sette metri.

La ricostruzione dei pilastri sul lato destro è stata un’altra fase cruciale ed emozionante di tutto il lavoro. La Cattedrale era crollata a causa della cattiva costruzione dei suoi pilastri originari e ricostruirli voleva dire mettere le mani al cuore del problema, accettando la sfida che mai più una cosa del genere avrebbe potuto ripetersi. Per quanto ci è stato possibile, grazie anche al contributo di numerosi consulenti e specialisti, nessuna attenzione è stata risparmiata. Dalla scelta delle cave più idonee, alle prove di laboratorio sulle pietre e sulle malte, fino alla definizione di ogni dettaglio costruttivo, seguendo i disegni del progetto, la costruzione dei nuovi pilastri, a partire dalle loro fondamenta, è stata per tutti, in cantiere, un’operazione di grande importanza sia tecnica che simbolica. Rinasceva la Cattedrale, rinascevano i suoi pilastri.

Assai più difficile, perfino rischiosa, è stata la ricostruzione dei pilastri sul lato sinistro. Essi, infatti erano rimasti in piedi, ma erano costruiti esattamente come i pilastri di destra, con gli stessi difetti che il crollo avevano determinato di questi. Già in fase di progetto le numerose indagini e prove avevano dimostrato essere impossibile il loro consolidamento e fatto optare per la loro demolizione e ricostruzione; ma adesso farlo concretamente era altra cosa. Su di essi infatti poggiava l’altro muro della navata centrale nonché la copertura della navata sinistra e tutto doveva essere fatto mantenendo in equilibrio queste pesanti strutture, senza rischiarne alcuno spostamento, né causarvi lesioni. Puntellando le due arcate laterali di ciascun pilastro con imponenti strutture in acciaio si ottenne, attraverso un sofisticato sistema di sollevamento con pompe idrauliche, di liberarli dai pesi sovrastanti, fino a poterli tagliare e demolire. E poi ricostruirli, anche qui dalle fondazioni, fino al ricongiungimento con le murature sovrastanti. Tutto questo è avvenuto un pilastro per volta, per non rischiare pericolosi stati di equilibrio, con un tempo di quattro mesi per ciascuno dei quattro pilastri e sei per quello sotto la cupola: quasi due anni di lavoro solo per questa fase.
La costruzione della cupola ha coronato ogni sforzo. Sebbene di difficoltà tecniche minori rispetto alla accennata sostituzione dei pilastri non crollati, per la sua complessità geometrica e la precisione richiesta, si sono tuttavia superare non poche difficoltà esecutive, dipendenti soprattutto dalla particolare forma di ciascun blocco che ne costituiva la struttura. In totale, quasi otto mesi di lavoro per collocare oltre 1800 blocchi di diversa grandezza e forma , ciascuno sagomato e tagliato secondo la sua forma. Vederla crescere giorno per giorno è stato un vero privilegio, così come tutta l’opera della Cattedrale ricostruita. Assai interessanti sono stati i lavori di restauro della cappella della Madonna col Bambino (proveniente dalle rovine di Noto antica), delle cappelle del SS. Sacramento e di S. Corrado, quest’ultima restaurata per riaccogliere l’urna sacra del Santo Patrono di Noto, salvata dalle macerie del crollo e conservata per tutto il periodo dei lavori nella Chiesa co-cattedrale di S. Carlo al Corso.

Se con le memoria torniamo a quella montagna da scalare che ci apparve il primo giorno questo lavoro, solo guardando oggi le migliaia di fotografie che documentano le opere fatte in questi anni, ci rendiamo conto dell’impresa che, tutti insieme, in cantiere, abbiamo portato a compimento. E’ per questo che un grande orgoglio ci riempie oggi nel riconsegnare la nuova Cattedrale al Vescovo, Mons. Giuseppe Malandrino, il quale dopo undici anni di vescovado, prende possesso della sua sede naturale.

Grande commozione c’è stata nel rivedere la Cattedrale ricostruita, bianca così come era prima degli interventi degli anni ’50, un bianco quasi metafisico, che ne esalta ancor più le forme barocche; queste sembrano quasi vibrare sotto gli effetti della luce che ne accentua i chiaro scuri, e la fantasia torna, senza rammarico, alla memoria della vecchia Cattedrale andata perduta. Crediamo che la Cattedrale ricostruita, ancor più bella, riassuma in se la storia della vecchia e la contemporaneità del nostro tempo, proiettata nella speranza del futuro migliore.
 

Comunicato stampa

Si terrà il 18 giugno 2007 alle ore 11.00 la celebrazione eucaristica di apertura e benedizione della Chiesa Cattedrale di Noto. La cerimonia si aprirà con il saluto di S.E. Mons. Giuseppe Malandrino, Vescovo di Noto. La celebrazione eucaristica sarà presieduta da Sua Em.za Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi. Nel corso della liturgia il Presidente dell’Assemblea compirà il rito della benedizione dell’acqua e dell’aspersione delle pareti della Cattedrale e del popolo di Dio. L’omelia sarà pronunciata dal Cardinale Giovanni Battista Re. La celebrazione eucaristica vedrà la presenza del Presidente del Consiglio dei ministri, On. Romano Prodi; del Dott. Guido Bertolaso, Capo del Dipartimento della Protezione Civile; di S.E. Mons. Giuseppe Bertello, Nunzio Apostolico in Italia; di S.E. Mons. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, di S.E. Mons. Giuseppe Betori, Segretario Generale della CEI, dell’Episcopato siciliano, del Presidente della Regione Siciliana, On. Salvatore Cuffaro; del Dott. Benedetto Basile, Prefetto di Siracusa in qualità di Commissario straordinario alla ricostruzione; del Sindaco di Noto, Corrado Valvo e di numerose autorità.


«Valeva la pena affaticarsi così tanto per la ricostruzione della Chiesa “materiale”? In fondo, la Chiesa non è fatta da tutte quelle “pietre vive” (cfr. 1Pt 2,4–8) che sono i singoli battezzati? – si chiede il Vescovo di Noto, Monsignor Giuseppe Malandrino -. Rispondo dicendo che l’impegno profuso per la Cattedrale non ci ha distolto affatto dagli impegni nei confronti delle “pietre vive” che sono tutti i diletti figli dell’amata Chiesa di Noto. Ne sono buona prova, per esempio, la fruttuosa realizzazione della Missione Popolare e Permanente, la Visita Pastorale, le Lettere e i vari Convegni pastorali e, soprattutto, la tenacia per l’attuazione del Sinodo: impegni che hanno comportato non meno fatiche che per la ricostruzione della Cattedrale…Desidero qui ribadire quanto ho detto e scritto ripetutamente in tutti questi anni. La ricostruzione della nostra mirabile Cattedrale ha un triplice spessore, un vero Trittico: di fede, innanzitutto, perché è “casa di Dio” e, quindi dei suoi figli: per l’ascolto della sua Parola e per la preghiera; di cultura: essendo, certamente, l’espressione più rinomata – una maestosa icona! – del Barocco di Noto, Patrimonio dell’Umanità; di sano e fiducioso meridionalismo: per una valida spinta al superamento dell’atavico e diffuso senso di fatalismo, di rinuncia e di “delega”».


Se con le memoria «torniamo a quella montagna da scalare che ci apparve il primo giorno di questo lavoro, solo guardando oggi le migliaia di fotografie che documentano le opere fatte in questi anni, ci rendiamo conto della “impresa” che, tutti insieme, in cantiere, abbiamo portato a compimento – sottolinea  l’ingegnere Roberto De Benedictis -. Quando il cantiere fu avviato, nell’ottobre del ’99, sentimmo di avere davanti a noi una montagna da scalare. Con molte incognite, legate ad un lavoro senza precedenti, e poche certezze. Fra queste, i disegni del nostro progetto. Giorno dopo giorno, sono stati quei disegni a rappresentare la bussola di un cammino durato oltre sette anni».


«Grande commozione c’è stata nel rivedere la Cattedrale ricostruita, bianca così come era prima degli interventi degli anni ’50, un bianco quasi metafisico, che ne esalta ancor più le forme barocche; queste sembrano quasi vibrare sotto gli effetti della luce che ne accentua i chiaro scuri, e la fantasia torna, senza rammarico, alla memoria della vecchia Cattedrale andata perduta – dice l’architetto Salvatore Tringali -. Crediamo che la Cattedrale ricostruita, ancor più bella, riassuma in se la storia della vecchia e la contemporaneità del nostro tempo, proiettata nella speranza per un futuro migliore. E’ per questo che un grande orgoglio ci riempie oggi nel riconsegnare la nuova Cattedrale al Vescovo, Mons. Giuseppe Malandrino, il quale dopo nove anni di vescovado, prende possesso della sua “sede” naturale».      
                                                                    
Noto, 17 giugno 2007   

MADONNA DEL CARMINE

La fondazione del convento risale al 1534. Dopo il terremoto del 1693 viene riedificato con la chiesa nel corso del secolo XVIII. Nel prospetto della chiesa, ad ordine, da notare dei bassorilievi di stile rinascimentale databili tra la seconda metà del sec. XVI e la prima metà del secolo XVII; tra i soggetti si individuano S. Alberto di Gerusalemme, S. Angelo, S. Alberto degli Abbati. E’ da notare l’inusuale ordine ionico per le lesene del portale. Un putto reggicartiglio sull’arco d’ingresso reca la data 1632. Nel 1730 fu ristrutturata la facciata (la data si legge tra lo stemma carmelitano e la base della nicchia con la statua della Madonna del Carmelo). Nell’Ottocento fu realizzata la cella campanaria. L’interno è composto da un’aula unica con otto cappelle laterali incassate. Nel nartece, dentro cornici quadrilobate, sono rappresentati in affresco S. Alberto di Gerusalemme, S. Alberto degli Abbati, S. Giovanni Battista e S. Pier Tommaso di Cipro. Gli altari sono decorati con colonne tortili e stucchi. Tra le tele del sec. XVIII segnaliamo Transito di S. Giuseppe, Madonna del Carmine tra Santi carmelitani, Maria tra i Santi Agostino e Antonio, Maria tra Santa Caterina d’Alessandria e Sant’Agnese. Da segnalare il pulpito ligneo (vi sono rappresentati i Santi Angelo, Alberto,Elia, Telesforo), il mausoleo del ven. Salvatore Statella e la scultura lignea della Madonna del Carmine, patrona civitatis, posta sull’altare maggiore (nel lembo posteriore del mantello reca la sigla PDPP e la data 1860).E’ un raro esempio della cultura figurativa prebarocca. Su un esile piedistallo sonocomposte in uno schema poligonale, intelaiato da modanature rinascimentali, gli specchi a tarsie della balaustra (vi sono rappresentati i Santi Angelo, Alberto,Elia, Telesforo). I santi sono disegnati frontalmente, con un rigore compositivo di sapore quattrocentesco. Il pulpito potrebbe essere collocato tra i secoli XVI e XVII.Interessante, sul lato destro della navata, è il monumento funebre del ven. Salvatore Statella, opera tardobarocca della seconda metà del Settecento. Padre Salvatore della SS. Trinita (al secolo Andrea Statella, 1678-1728), figlio secondogenito di Francesco IV Statella, terzo marchese di Spaccaforno, vestì l’abito carmelitano nel 1726. Viene ricordato come «promotore della Riforma carmelitana siracusana».

S. ANTONIO ABATE

La Chiesa di S. Antonio Abate fu eretta nel 1515 dal signore di Ispica Antonello Caruso e nel 1651 divenne chiesa sacramentale e gancia della chiesa madre. Dal terremoto del 1693 venne distrutta metà che fu subito ricostruita. L’attuale edificio fu completato nel 1710 Fra le opere d’arte della chiesa segnaliamo due dipinti raffiguranti i Santi Pietro e Paolo (sec. XVII), il dipinto raffigurante la Pietà (prima metà del sec. XVIII), il dipinto raffigurante i Santi Mauro Abate e Paolo Eremita (sec. XVII), il dipinto raffigurante S. Silvestro Papa e S. Isidoro (sec. XVII), la statua raffigurante S. Antonio Abate in tela-colla del 1715, la statua raffigurante S. Francesco Saverio in tela-colla del 1775, la statua lignea raffigurante S. Lucia del 1879, una cornice in legno dorato del sec. XVIII, un’acquasantiera in pietra calcarea locale del 1562, un fonte battesimale in pietra asfaltica del 1651.

SS. ANNUNZIATA

La pietra di fondazione della nuova chiesa fu posta il 21 ottobre 1703, dieci anni dopo il terremoto che distrusse il precedente tempio. Alla ricostruzione dovettero contribuire varie famiglie nobiliari (Statella, Modica-Boj, Bufardeci) e le offerte dei confrati e dei fedeli.Fu consacrata il 23-03-1720, ma sette anni dopo il terremoto del 4-6 gennaio 1727 procurò gravi danni all’arcata maggiore, mentre 1l 23 marzo 1869 cadde il prospetto della chiesa. La ricostruzione della facciata venne affidata al medicano Carlo Di Gregorio.La facciata è imponente e di notevole effetto scenografico. Ha tre ordini e misura m. 29,20 di larghezza e 30 di altezza. L’inferiore ha otto colonne in stile ionico, un elegante il portale centrale e due laterali; il secondo ordine, con colonne in stile corinzio, ha un finestrone e due grandi volute di raccordo: il terzo ordine, che sovrasta il tetto della chiesa, è decorato con grandi rose scolpite e presenta una grande finestra centrale in cui neo 1960 è stata collocata una statua in calcare dell’Annunciazione, opera dello scalpellino ispicese Giuseppe Nobile. L’attuale campanile risale alla metà del sec. XX e sostituisce il precedente costruito dal Di Gregorio. Il loggiato esterno risale ai primi dell’Ottocento.L’interno è a tre navate divise da pilastri decorato con lesene e capitelli corinzi. Di notevole pregio artistico sono i 13 grandi pannelli di stucco, che decorano la navata centrale, il transetto e il cappellone. Sono databili alla metà del 1700 e sono certamente l’opera più vasta e significativa Giuseppe Gianforma, stuccatore palermitano, trasferitosi a Ispica intorno al 1740 e del figlio Giovanni.PANNELLI IN STUCCONavata centrale: Giuditta e OloferneLa prova di gedeone, Gioele e Sisara, Annunzio ad AbramoTransetto: Davide e Golia, Sacrificio di Isacco Pennacchi angolari: EvangelistiAbside: Profezia di Isaia, Natività, Adorazione dei MagiTra le opere d’arte si segnalano il grande quadro dell’Annunciazione nell’altare maggiore, sopra la porta della sacrestia un’altra grande tela settecentesca, che rappresenta l’Adorazione dei magi, all’interno della sagrestia un quadro di S. Andrea Avellino e il dipinto su tavola dell’Annunciazione del 1544.Nell’altare destro del transetto, decorato riccamente dagli stucchi del Gianforma, è custodito il simulacro del Cristo con la croce (prima metà sec. XVII) che viene portato in processione il Venerdì Santo. Nella parete sinistra della Cappella del SS.mo Sacramento, in fondo alla navata destra, è custodita la Cassa delle Reliquie, un’arca in argento e bronzo dorato (prima metà sec. XVIII)

S. MARIA MAGGIORE

Fu costruita dopo il terremoto del 1693 per ospitare la statua del Cristo alla Colonna, miracolosamente recuperata; nel 1696 erano già presenti, oltre all’altare del Cristo alla Colonna, anche quello dedicato a S. Maria Maggiore e quelli di S. Anna e S. Corrado. Consacrata l’11 marzo 1725 subì gravi danni in seguito al terremoto del 1727, quando rimase in piedi solo la navata sinistra. Nel 1749 l’ architetto netino Vincenzo Sinatra, portò a termine, nella piazza antistante la chiesa, il loggiato di forma semiellittica che comprende tre arcate centrali e altre dieci per lato semicircolare. Nel decennio successivo furono completati gli stucchi di Giuseppe e Giovanni Gianforma, mentre dal 1762 al 1765 furono realizzate le pitture della volta della navata centrale, della cupola, del transetto e dell’abside da Olivio Sozzi il cui corpo riposa in un’urna di vetro nella “stanza della cera”. Consacrata nel 1763 col titolo di basilica, fu dichiarata monumento nazionale nel 1928. La facciata della chiesa è stata rifatta, conformemente alla precedente, nella seconda metà dell’Ottocento, mentre le statue dei due protettori, S. Gregorio e S. Rosalia e lo stemma con la frase “De Basilicis haec una est” sono originali. Negli stessi anni il capomastro Carlo di Gregorio aggiunse la recinzione esterna coi pilastri ornati da eleganti volute ed i grandi vasi riccamente decorati con foglie e rose.L’interno è a croce latina. Tra i dipinti su tela attribuibili al Sozzi, a Vito D’Anna (suo genero) e al loro collaboratori, segnaliamo nella navata destra, Santa Rita (primo altare), il Transito di S. Corrado di Noto (secondo altare), segue l’Addolorata e, nel terzo, la Sacra Famiglia con S. Elisabetta, S. Gioacchino e S. Giovanni.Nella navata sinistra S. Rosa da Lima (primo altare), S. Nicola di Bari, attribuito al D’Anna (secondo altare); nel terzo Nostra Signora della Mercede, con i santi dell’Ordine. Nel quarto c’è l’Immacolata con le anime purganti.La grande tela del D’Anna dell’altare maggiore rappresenta la Madonna della Cava, col Bambino ed i santi Lucia e Girolamo ed, in basso, il Papa Gregorio Magno e Rosalia, fu dipinta nel 1768. Nel lato sinistro del presbiterio è stato collocato il quadro grande commissionato al Sozzi nel 1761; rappresenta gli appestati che, per intercessione dei santi Rocco, Rosalia, Lucia, Gaetano da Tiene, Gregorio Papa, chiedono alla Madre di Dio la liberazione dall’epidemia; nel lato destro la grande pala cinquecentesca della Madonna del Rosario, proveniente dall’ex chiesa di S. Anna. Quello presente in Santa Maria Maggiore è senza dubbio il più organico e ricco complesso di affreschi (in tutto 26) e tele di tutta la vasta produzione sozziana ed uno dei grandi capolavori pittorici del sec. XVIII in Sicilia. AFFRESCHINavata centrale: Trionfo della Fede, Trionfo della Mensa Eucaristica, Trionfo della Fede.Transetto di destra: l’Assunta Transetto di sinistra: Cristo che vince sul peccato originaleCupola: Martiri, Vergini, Fondatori degli ordini religiosi, PatriarchiPennacchi angolari: EvangelistiAbside: Ascensione, Dio Padre, Spirito Santo, ApostoliParticolarmente interessanti le due cappelle del transetto. In quella sinistra è custodito il venerato simulacro del Cristo alla Colonna (il cristo prima del terremoto si trovava nella chiesa di S. Maria nella Cava e nel corso del sec. XVIII vennero aggiunte le due statue dei flagellatori) che viene portato in processione il Giovedì Santo, alle pareti laterali quattro tele con scene della passione; in quella di destra è custodito il simulacro dell’Assunta, recuperata dall’antica chiesa e datata 1598.Nella cappella di fondo della navata sinistra è stata sistemata la bella statua lignea di S. Maria Maggiore, titolare della chiesa, recentemente restaurata, che è anteriore al terremoto (Sec. XVII). Rappresenta la Madonna del melograno, simbolo della Chiesa dei fedeli.La cappella terminale della navata destra è dedicata all’Addolorata ed ornata coi quadretti dei sette dolori. Nella bacheca del lato sinistro, sono state sistemate le reliquie di martiri e santi già custodite in un’arca argentea. Nella volta della Sacrestia, c’è il grande affresco con Mosè che riceve le Tavole della Legge, dipinto nel 1783 assieme ai quattro piccoli quadri degli angoli, dal palermitano Giuseppe Crestadoro (1740-1708).

S. BARTOLOMEO – CHIESA MADRE

La Chiesa Madre, che domina la parte alta dell’ampia Piazza Regina Margherita, è dedicata a San Bartolomeo. Distrutta dal terremoto del 1693, fu costruita nel 1750 per opera di Don Antonio Li Favi. Il prospetto è ottocentesco.La doppia scalinata conferisce slancio alla facciata a due ordini, con elementi tardobarocchi ed elementi neoclassici, che è impreziosita da una coppia di pilastri, da una finestra incorniciata e dal simbolo della città, lo Stemma degli Statella. L’interno, a tre navate divise da pilastri, è privo di decorazioni e le conferisca un senso di gradevole semplicità; di grande contrasto è solo il quadro raffigurante San Bartolomeo durante il martirio (copia dell’originale).Da segnalare le sculture in stucco ai lati degli altari del transetto e la tela SS. Trinità con S. Francesco di Paola in preghiera,il monumento funebre di Don Giovanni Statella (1638), le tele di S. Tommaso e di S. Nicola e un Crocifisso ligneo dipinto (secc. XV-XVI) con un’interessante iconografia tardobizantina.

S. GIUSEPPE – CHIESA MADRE

La principale piazza di Rosolini, Piazza Garibaldi, è dominata dalla Chiesa Madre. I lavori iniziati nel 1728 furono ultimati solamente nel 1840Nella facciata spicca il portale centrale a cui le colonne laterali conferiscono un aspetto elegante e flessuoso. Il secondo ordine, anch’esso arricchito da colonne, si collega al primo attraverso decorazioni curvilinee che addolciscono le forme e termina in alto con una parete triangolare decorata a rilievo. L’interno, diviso in tre navate, contiene componenti dell’arte classica nel tentativo di assicurare la perfezione dell’intera struttura. Il prospetto è realizzato in pietra calcare  e si compone di elementi architettonici ispirati all’arte greca, romana, rinascimentale e barocca. L’insieme è armonioso, slanciato ad opera di un equilibrato impianto plastico. Concorrono ad impreziosire la facciata, in cui spicca il portale centrale, capitelli corinzi posti alla sommità delle colonne barocche e lesene, timpani che sormontano le aperture, le vetrate, le due statue in pietra calcare, rappresentanti San Pietro e San Paolo, poste in alto ai due lati esterni, e il campanile, che accentua lo slancio ascensionale. All’interno su cantoria nella controfacciata è collocato un pregevole organo costruito dal modicano Michele Polizzi nel 1879. Nella navata destra da segnalare l’antico fonte battesimale del 1713, la statua lignea di S. Giuseppe di ispirazione barocca riccamente dipinta, nell’abside l’altare è dedicato a San Luigi Gonzaga, Patrono di Rosolini, nella navata sinistra la statua lignea dell’Immacolata e la pala d’altare della Madonna del Suffragio attribuita ad Olivio Sozzi e al genero Vito D’Anna. Da segnalare vari dipinti ottocenteschi di Gregorio Scalia, Francesco Presti, quelli di Beppe Assenza nel catino absidale e di Giuseppe Vizzini sull’arcone centrale, nonché alcune tele di Orazio Spadaro.

S. AGATA

Sita in via Trigona, ha una facciata a due ordini orientata ad ovest e posta sulla sommità di un’ampia scalinata. È annessa all’ex monastero delle benedettine, successivamente adibito ad ospedale fino al 1982, che presenta una caratteristica torre con orologio. L’interno a navata unica è decorato con stucchi e dipinti del sec. XVIII sulla volta e sugli altari laterali.

SS. ANNUNZIATA

È ubicata alla fine di via Antonio Sofia e all’inizio di via Trigona, Comunemente denominata “Gesu” la chiesa è adiacente al convento di S. Maria di Gesù dei Padri Minori Osservanti e si presenta in posizione rialzata rispetto al livello stradale; la facciata è infatti posta alla sommità di una doppia scalinata a rampe laterali e si evidenzia il portale sovrastato da un timpano e da un finestrone. L’interno è ad unica navata e vi si conserva la scultura marmorea della Madonna col Bambino opera dei palermitani Giovanni e Paolo de Battista (sec. XVI) proveniente da Noto Antica; fra i dipinti quello di  S. Anna è datato 1770.