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S. TERESA D’AVILA

La chiesa di Santa Teresa D’Avila è ubicata nella zona centrale del centro storico di Modica Alta, strettamente legata al tessuto tipologico urbano che si è sviluppato e plasmato attorno ad essa.La costruzione della chiesa originale risale al 1600 circa, tuttavia di questa costruzione non rimane nulla in quanto la chiesa venne distrutta dal grande terremoto che sconvolse l’intera Val di Noto nel 1693.L’attuale Chiesa venne costruita, sulle macerie della precedente, negli anni successivi al terremoto e, in buona parte, è la stessa che possiamo ammirare ancora oggi se si esclude l’ordine superiore della facciata che è stata realizzata nel 1953.L’elevazione risulta inquadrata da un ordine di impostazione classica con quattro paraste che inquadrano l’insieme dell’orologio e delle due campane laterali.Al suo interno, la chiesa, è costituita da una sola navata a fronte dell’altare maggiore; sopra l’altare maggiore è collocata una scultura lignea della Madonna del Carmelo e lungo le pareti laterali, nella parte alta, una serie di sei tele, raffiguranti gli episodi salienti della vita di Santa Teresa, risalenti ai primi anni del 1700.Sulla parete laterale di sinistra, si ammira un dipinto di epoca settecentesca di scuola siciliana; ai due lati del portone d’ingresso alla chiesa sono collocate, dentro due nicchie a parete, le statue di San Rocco e di Santa Filomena.

S. ANTONIO DI PADOVA

La Chiesa di Sant’Antonio di Padova, detta anche “Sant’ Antonino”, sorse prima del 1600, in corso Consolo (nome del quartiere nord-est di Modica Alta), oggi via Principessa Maria del Belgio.La costruzione dell’edificio religioso fu resa possibile grazie al contributo di alcuni benefattoriIl disastroso terremoto del 1693 dovette distruggere, almeno in parte, la vecchia Chiesa barocca, risparmiando la snella ed alta torre campanaria con le rituali feritoie; campanile, che venne rifatto con differente stile. La facciata esterna è settecentesca.Nell’interno, ad una navata, vi erano tre altari laterali (che furono tolti negli anni ’50 con la riforma liturgica), due sul lato destro e uno sul lato sinistro. Rimangono le tele poste su tali altari.Sul primo a destra, la pala d’altare (tela e crocifisso ligneo) del Cristo sulla Croce, opera d’arte di intensa carica emotiva e di religiosa commozione.Sul secondo a destra, una pregevole Assunta, copia identica, ma mancante del personaggio all’inmpiedi a destra, a quella che troviamo a S. Giorgio di Modica, che è del 1610, ed è dovuta al pennello di Filippo Paladino da Firenze.Sull’altare del lato sinistro vi è il grande quadro dell’Annunciazione. Sulla sinistra di tale altare, troviamo il fonte battesimale, sormontato dalla tela del pittore modicano Sac. Orazio Spadaro, raffigurante il battesimo di S. Giovanni Battista.Sul lato sinistro, vi è la nicchia in cui è alloggiata la statua lignea della Madonna Immacolata, scolpita nel 1853 da Gaetano Frasca.Ai lati dell’abside, due statue di pietra di buona fattura: un guerriero a sinistra ed un angelo a destra.Gli stucchi intorno agli altari e nel soffitto sono dell’artista modicano Gianforma (sec. XVIII).All’interno della Chiesa, sulla cantoria posta in controfacciata, trova posto un organo della seconda metà del secolo XIX, opera di Casimiro Allieri da Bergamo. La cassa dell’organo è composta da 21 canne di facciata disposte in tre campate a cuspide con bocche allineate e labbri superiori a mitria.

S. GIOVANNI EVANGELISTA

La chiesa di S. Giovanni Evangelista, si trova nella parte alta della città ed è posta al vertice di un’ampia scalinata che conferisce al tempio slancio e maestosità. L’attuale chiesa è il risultato di varie fasi costruttive durante i secoli XVIII e XIX, dopo il terremoto che la danneggiò notevolmente. La ricostruzione avvenne a partire dal 1695 su progetto dell’architetto modicano don Silvestro Callisti. Una seconda fase edilizia si registra negli ultimi quattro decenni del Settecento. Negli anni ’70 si lavora per la realizzazione di capitelli e intagli e per la copertura della navata maggiore del transetto e dell’abside. La facciata, progettata nel 1839 da Salvatore Rizza, è posta al vertice della gradinata lungo la quale si elevano ventisei pilastri che sorreggevano altrettante statue: oggi ne restano soltanto tre. Si tratta di un prospetto a due ordini con sei colonne nel primo ordine e quattro colonne nel secondo ordine, il tutto coronato da un doppio timpano (uno triangolare e uno semicircolare) spezzato. Un’opera nella continuità stilistica della cultura tardobarocca impaginata secondo il contemporaneo gusto accademico neoclassico.L’interno si presenta a tre navate, suddivise da pilastri e con tre absidi, con un transetto ricco di stucchi. Di particolare pregio le opere in stucco presenti nella volta, nonché le cappelle laterali e il presbiterio. Nella navata sinistra notiamo la cappella del fonte battesimale, l’altare con il dipinto del Transito di S. Giuseppe (sec. XVII) e l’altare di San Giovanni Evangelista, nell’ala sinistra del transetto, un’opera in cui, felicemente, si coniugano pregevoli stucchi con la statua di S. Giovanni e il paliotto ligneo in cui è rappresentata l’Ultima Cena tra le figure allegoriche della Speranza e della Fede. Nell’abside spicca il grande dipinto di S. Giovanni Evangelista, mentre nella navata destra sono da segnalare il dipinto di S. Fancesco di Paola (1756) e nell’ultimo altare della è collocato il gruppo scultoreo dell’Addolorata.

MADONNA DEL CARMINE

La chiesa del Carmine ha cambiato gradatamente immagine rispetto all’edificazione, che si fa risalire con molta probabilità intorno al XV secolo. Determinante in tal senso fu il terremoto del 1693 che distrusse gran parte della chiesa. La parte inferiore del prospetto è preesistente al terremoto, mentre la parte superiore della facciata venne ricostruita con il campanile ed una nicchia per la Madonna. La caratteristica principale della facciata è comunque rappresentata dal magnifico rosone centrale traforato a dodici raggi, posto sopra il portale ad arco acuto, uno dei più belli tra quelli presenti in Sicilia . All’ingresso si trova un vestibolo con una splendida acquasantiera e un arco gotico di tipo chiaramontano. Particolarmente interessante una cappella (fine del XV secolo) a cui accede dall’abside attraverso un ricco portale a sesto acuto con pilastrini; la volta interna è a crociera e sulle pareti sono visibili i resti di un affresco.La chiesa è ad una navata con altari ai lati, uno dei quali si caratterizza per la presenza di un prezioso gruppo scultoreo gaginiano (prima metà sec. XVI) in marmo che raffigura l’Annunciazione.Di notevole valore artistico sono anche la pala ignea di S. Alberto (prima metà sec. XVI), la tela di S. Simone (sec. XVIII), la tela di S. Spiridione e S. Andrea Corsini (sec. XVIII), la tela dell’Adorazione dei Magi (sec. XVIII), il dipinto raffigurante la Resurrezione (sec. XVII), un Crocifisso ligneo, il dipinto di S. Elia (sec. XVI), varie lapidi tombali del sec. XVI.L’altare maggiore in legno è scolpito con stucchi in rilievo, opera di artigiani locali.La chiesa è anche dotata di ricchi paramenti sacri e di numerosi argenti.

SS. SALVATORE

Distrutta dal terremoto del 1693, la chiesa del “SS. Salvatore” fu ricostruita nel secolo XVIII, con trasformazioni databili tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. La facciata è molto semplice e vi si affianca un campanile ove si trova una campana del 1536. L’interno presenta uno spazio interessantissimo dal punto di vista architettonico in cui sono contenute rilevanti opere d’arte. Tra i dipinti segnaliamo: Pietro Spinosa, l’Immacolata, olio su tela, 1765; Stefano Ragazzi, S. Caterina, olio su tela, 1770; Stefano Ragazzi, S. Antonio, olio su tela 1774; Cristo resuscitato, olio su tela, seconda metà sec. XVIII; Transito di S. Giuseppe, olio su tela, 1667. Sono da segnalare, inoltre, preziosi argenti e paramenti sacri, il gruppo scultoreo in cartapesta e argento, Cristo alla colonna, sec. XVIII; i confessionali, fine sec. XIX; l’organo a canne, fine sec. XIX; 5 medaglioni marmorei, seconda metà sec. XVIII; gli stalli del coro, 1790-1791.

MADONNA DELLA CATENA

L’edificio sacro è collocato nel centro storico di Modica ed è stato edificato nel sec. XVI e successivamente, dopo i danni subiti dal terremoto del 1693, riedificato nel sec. XVIII. All’esterno si notano le antiche fabbriche e la base del primitivo campanile.La chiesa è ad unica navata ed al suo interno si conservano opere pregevoli. In particolare si segnalano i dipinti su tela: Crocifissione, Transito di S. Giuseppe, Madonna del latte (Sec. XVIII) e le  sculture: Madonna della Catena, Sacro Cuore, S. Antonio da Padova.

S. MARIA DI BETLEM

Si trova lungo Via Marchesa Tedeschi, ed è il terzo edificio sacro per importanza in città dopo quelli delle chiese di San Giorgio e San Pietro.La chiesa si presenta come il risultato di interventi che vanno dal Cinquecento all’Ottocento. La facciata, a due ordini, è il risultato di due fasi costruttive, il primo ordine è da collocare tra il secondo Cinquecento e il primo Seicento, mentre il secondo ordine fu realizzato nell’Ottocento.Tra le testimonianze architettoniche precedenti al terremoto del 1693 segnaliamo, lungo il prospetto laterale sinistro, una lunetta in calcare, la Lunetta del Berlon (sec. XV-XVI), pregevole bassorilievo di ignoti artisti locali raffigurante una Adorazione dei Pastori, e all’interno, in fondo alla navata di destra, la Cappella Cabrera, una delle più significative testimonianze artistiche tra tardogotico e Rinascimento. La Chiesa di santa Maria di Betlem presenta nella facciata tre portali nell’ordine inferiore e un finestrone in quello superiore.All’interno, a tre navate con un tetto a capriate interamente dipinto, segnaliamo la cinquecentesca Madonna in trono con Bambino in pietra dipinta posta sull’altare della Cappella Cabrera. Una cappella laterale della navata sinistra della chiesa, ospita il magnifico presepe realizzato nel 1882 con oltre 60 statue di terracotta provenienti da Caltagirone, ambientato nella suggestiva cava di S. Maria. Parecchi i dipinti, tra cui segnaliamo quello della Madonna del Carmine tra S. Agata e S. Carlo Borromeo (metà sec. XVII) attribuito a Giuseppe Reati. Infine, spiccano nella navata centrale l’organo a canne ed il monumentale pulpito in legno scolpito.

S. PIETRO – CHIESA MADRE

La Chiesa di San Pietro è collocata nel cuore della città bassa e rappresenta un mirabile esempio di architettura tardobarocca. L’origine, molto probabilmente, risale all’epoca di San Marziano, discepolo di San Pietro e primo vescovo di Siracusa. A causa del terremoto del 1693 la chiesa subì parecchi danni e nel 1697 il progetto e la direzione dei lavori vennero affidati ai capimastri Mario Spata e Rosario Boscarino. La chiesa fu ricostruita sulle stesse fondamenta della chiesa del Seicento. Dell’edificio seicentesco rimane, all’interno, la Cappella dell’Immacolata, attualmente sacrestia, dove è ancora leggibile la data 1620. La cappella è un vano quadrangolare con un’interessante copertura che rimanda a modelli costruttivi rinascimentali, analoghi a quelli della volta della cappella di San Mauro all’interno della Chiesa di Santa Maria di Betlem.I lavori di costruzione e decorazioni continueranno fino alla fine dell’Ottocento; la sistemazione della scalinata esterna a rampe rettilinee è il risultato di vari adattamenti che si concludono nel 1876.Tra gli elementi architettonici interessanti della facciata piana notiamo le lesene del primo ordine e del secondo ordine, il finestrone centrale, le volute di raccordo a motivi floreali, dalle statue sistemate sul primo ordine e nella cuspide.L’interno è a tre navate; molto ampia quella centrale rischiarata da grandi finestre laterali che presenta delicati stucchi ottocenteschi e nella volta otto riquadri con scene e figure del Vecchio e del Nuovo Testamento di Giovan Battista Ragazzi (seconda metà sec. XVIII). Interessanti l’altare del Sacro Cuore, del Crocifisso, quelli di S. Lucia, di S. Giuseppe, dell’Addolorata e la cappella del SS. Sacramento. Tra le opere d’arte segnaliamo in primo luogo la Madonna di Trapani, posta nella cappella di destra, scultura in marmo (sec. XVI), la scultura lignea policroma della Madonna nella nicchia dell’altare maggiore e ai lati, all’interno di due nicchie, le statue di San Pietro e San Paolo tutte opera di Pietro Padula, artista napoletano, che le eseguì tra il 1773 e il 1775, l’altra scultura lignea di S. Pietro e il paralitico del palermitano Pietro Civiletti (1893). Interessanti tele secentesche sono conservate nella Cappella Mazzara, prima cappella della navata sinistra. Due mausolei sono posti all’ingresso della chiesa: quello di Giuseppe Campailla (1858) e di Don Carlo Interlandi (1797). Alla metà del sec. XVII risale l’Urna reliquiaria in argento con i dodici apostoli rappresentati in altorilievo sui quattro lati in nicchie incorniciate da lesene con cariatidi.

S. GIORGIO – CHIESA MADRE

La Chiesa di San Giorgio è posta tra la parte alta e la parte bassa della città, in posizione scenografica con il prospetto rivolto verso occidente e si caratterizza sia per l’imponente l’architettura, sia per la sua collocazione urbanistica che le conferiscono un singolare effetto scenografico e ne fanno una tra le più significative opere del barocco europeo. Nel 1660 lo storico Rocco Pirri fornisce informazioni sulla chiesa citandola come la più antica e la più celebre della Contea di Modica. Molto poco ci resta di quel momento storico distrutto dal terremoto del 1693. A partire dal 1716 cominciarono i lavori per la ricostruzione della facciata di San Giorgio, ma il primo ordine della facciata fu realizzato seguendo il progetto del netino Paolo Labisi a partire dal 1761. La facciata fu completata nel 1848 e la data finale si legge in un cartiglio sopra il terzo ordine, dunque, il secondo e il terzo ordine potrebbero essere collocati tra il terzo e il quinto decennio dell’Ottocento e potrebbero essere stati progettati da Carmelo Cultraro uno dei protagonisti dell’architettura iblea di questi decenni.Lo spazio antistante San Giorgio doveva avere, nel ‘700, una diversa sistemazione con terrazze naturali, orti e gradini che sono stati trasformati nell’Ottocento quando fu costruita l’attuale scalinata (progettata tra il 1874-75 dall’architetto Alessandro Iudica Cappellani) che ormai è parte integrante dello spazio scenografico di San Giorgio.L’interno, a croce latina, presenta cinque navate divise da colonne e pilastri con una cuola che sovrasta il transetto. Tutta la parete di fondo dell’abside è occupata da un grandioso polittico attribuito a Bernardino Niger e datato 1573. E’ il più grande polittico di tradizione medievale-rinascimentale presente in Sicilia se si fa eccezione di quello marmoreo del Gagini nella Cattedrale di Palermo, andato perduto. È composto da nove tavole rettangolari disposte su tre ordini e da una lunetta di coronamento (1° ordine: S. Giorgio, Sacra Famiglia, S. Martino; 2°ordine: Presentazione al tempio, Adorazione dei Magi, Gesù tra i dottori; 3° ordine: Pentecoste, Resurrezione, Ascensione; lunetta: Dio Padre). Di notevole pregio è la cornice in legno scolpito e dorato.Tra le più rilevanti opere d’arte custodite nella chiesa di S. Giorgio, segnaliamo l’Assunta, olio su tela di Filippo Paladini (1610), una delle ultime opere del maestro toscano, uno dei maggiori esponenti della pittura italiana di inizio Seicento che opera all’interno del manierismo toscano con echi caravaggeschi, la Natività olio su tavola di Ignoto del (sec. XVI), la Vergine che intercede presso la Trinità per le anime purganti olio su tela (sec. XVIII), i Santi Fanzio e Deodata, olio su tela (secc. XVII-XVIII), uno stemma ligneo dipinto con il tema di San Giorgio e il Drago datato 1576, una tela secentesca anonima raffigurante una Deposizione conservata in sacrestia; tra le sculture la Madonna della neve, scultura marmorea della scuola dei Gagini, due sarcofagi del Seicento conservati nel transetto, la Crocifissione, gruppo ligneo (secc. XVII-XVIII), la statua di S. Giorgio; tra gli argenti l’Urna reliquiaria di S. Giorgio (secc. XVIII – XIX) e l’Altare maggiore (secc. XVII-XVIII).Nella seconda metà dell’Ottocento furono realizzati il monumentale l’organo a canne, a 4 tastiere, 80 registri e 3000 canne (1866-1888) e la Meridiana, orologio solare opera del matematico e astronomo Armando Perini (1895).

La riflessione del Vescovo di Noto, Mons. Giuseppe Malandrino

A quasi nove anni dal mio ingresso come Vescovo della Diocesi di Noto, posso rendere grazie di tutto cuore al Signore per avermi consentito di attuare pienamente, sempre con la sua Grazia e con l’intercessione dei nostri Santi Patroni Maria SS. Scala del Paradiso e S. Corrado Confalonieri, quanto allora avevo programmato circa la ricostruzione della Cattedrale netina.
Infatti, nell’omelia che pronunciai allo Stadio Comunale di Noto il 29 agosto 1998, in occasione della celebrazione eucaristica solenne per il mio ingresso, ebbi a dire fra l’altro: «Quale compito il Signore ci assegna da portare avanti insieme, nella storia concreta di oggi e nel luogo specifico della nostra Chiesa particolare? Due priorità si impongono tra loro: la ricostruzione della nostra Cattedrale, senza dimenticare gli altri edifici sacri dissestati della Città di Noto e di tutta la Diocesi, e l’attuazione, già del resto in atto, del nostro ottimo Sinodo diocesano. Per il primo obiettivo occorrerà certamente un impegno ancor più sollecito, sinergico, motivato e generoso, bandendo qualsiasi forma ingiustificata di ritardo, di speculazione e di interesse privato. Pertanto, faccio vivamente appello a tutte le singole persone e a tutte le istituzioni, civili e religiose, perché sappiano superare l’atavica nostra tentazione del “particolarismo” e del tornaconto privato che hanno spesso appesantito e ritardato soprattutto le opere pubbliche, lasciandole spesso “eternamente incompiute”. Senza ombra di dubbio – e ne è testimone il mondo intero – non intendiamo ricostruire una delle tante “Cattedrali nel deserto”, ma una Cattedrale nella Città e nella storia».
Il miglior commento di quelle parole è la sollecita – meno di sette anni! – riapertura della grandiosa Cattedrale di Noto. Ed è un bene evidenziare che si tratta di una ricostruzione tutta in pietra. Oltre il buon Dio, allora, è più che giusto ringraziare anche coloro – istituzioni, direzione dei lavori, impresa, maestranza, singole persone – che, accogliendo il mio appello di allora, hanno veramente contribuito alla ricostruzione della Cattedrale, senza lesinare energie ed impegno, in uno sforzo corale e sentito che trova ora il suo giusto coronamento. Le immancabili difficoltà sono state superate con senso di responsabilità e corale slancio: e, così, la Cattedrale è venuta fuori – ancor più “forte” di prima – come frutto rigoglioso della preghiera e dell’apporto operoso di tutti quanti vi hanno creduto e operato. Ovviamente, sono stati innumerevoli i momenti in cui, soprattutto nelle varie conferenze di servizio, sono dovuto intervenire per offrire una parola di mediazione e d’incoraggiamento; spesso ho dovuto indossare il casco di sicurezza e la tuta di lavoro per entrare nel cantiere. Francamente, ho sempre trovato un pronto e sincero riscontro alle mie sollecitazioni ed esortazioni, con un’alacrità veramente encomiabile da parte dei tecnici ed operai. E, così, questa alacrità in cantiere avrà trovato un buon incoraggiamento dal vedere un Vescovo che, nonostante i suoi 70 e più anni, si arrampicava sui ponteggi metallici fino ad arrivare sulla cima della lanterna della cupola?
Valeva la pena affaticarsi così tanto per la ricostruzione della Chiesa “materiale”? In fondo, la Chiesa non è fatta da tutte quelle “pietre vive” (cfr. 1Pt 2,4?8) che sono i singoli battezzati? Rispondo dicendo che l’impegno profuso per la Cattedrale non ci ha distolto affatto dagli impegni nei confronti delle “pietre vive” che sono tutti i diletti figli dell’amata Chiesa di Noto. Ne sono buona prova, per esempio, la fruttuosa realizzazione della Missione Popolare e Permanente, la Visita Pastorale, le Lettere e i vari Convegni pastorali e, soprattutto, la tenacia per l’attuazione del Sinodo: impegni che hanno comportato non meno fatiche che per la ricostruzione della Cattedrale.
Desidero qui ribadire quanto ho detto e scritto ripetutamente in tutti questi anni. La ricostruzione della nostra mirabile Cattedrale ha un triplice spessore, un vero Trittico: 1) di fede, innanzitutto, perché è “casa di Dio” e, quindi dei suoi figli: per l’ascolto della sua Parola e per la preghiera; 2) di cultura: essendo, certamente, l’espressione più rinomata – una maestosa icona! – del Barocco di Noto, Patrimonio dell’Umanità; 3) di sano e fiducioso meridionalismo: per una valida spinta al superamento dell’atavico e diffuso senso di fatalismo, di rinuncia e di “delega”. Non ritengo, pertanto, del tutto temerario asserire che la ricostruzione della nostra Cattedrale di Noto se non è stato un miracolo, poco ci manca! Difatti, tutta una serie di elementi supporta questa sensazione: il superamento discretamente rapido, delle tante e comprensibili difficoltà per un’opera così imponente; l’uso e la tecnica dei lavori in pietra oggi non certamente diffusi; la durata breve di tutta l’impresa, di appena circa sei anni (2000-2007); la collaborazione – spesso anche vivace e critica – di tutte le componenti (autorità ecclesiastiche e civili, direzione dei lavori, impresa, operai); il contributo economico, questa volta abbastanza puntuale, dello Stato.
Nell’evidenziare il vitale rapporto che intercorre tra Chiesa di pietre “materiali” e Chiesa di pietre “vive”, ci sono state di aiuto e di sprone le parole dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, in occasione del millenario della Cattedrale di Magonza: «Come si rapportano costruzione in pietra e casa fatta di pietre vive? Si addice ai cristiani festeggiare la costruzione di un duomo? E nel caso di risposta favorevole, cosa festeggiamo veramente? Lo Spirito edifica le pietre, non viceversa. Lo Spirito non lo si può sostituire con il denaro o con la storia. Dove lo Spirito non edifica, le pietre diventano mute. Dove lo Spirito non è vivo, non opera e non guida, i duomi diventano musei, monumenti del passato, la cui bellezza rende tristi, poiché è morta. Questo è in un certo senso l’ammonimento che proviene da questa celebrazione per il duomo. La grandezza del
la nostra storia e la nostra potenza finanziaria non ci salvano; entrambe possono diventare macerie in cui noi soffochiamo. Solo la fede può tener vive le cattedrali, e la domanda che il duomo vecchio di mille anni pone a noi oggi è se noi abbiamo la forza della fede per dargli un presente e un futuro» .
In verità, potendo mostrare a Benedetto XVI le foto dell’iter della ricostruzione della Cattedrale di Noto, in occasione della recente Visita ad limina, io stesso mi sono sentito di ricordargli queste stesse verità, quasi a rincuorarci scambievolmente che la Chiesa, a fronte dei recrudescenti e ripetuti attacchi contro di essa, si fonda invincibilmente su Gesù, pietra angolare scartata dai costruttori (cfr Sal. 118,22?23; Mt 21,42). Vorrei concludere con un fiducioso auspicio: abbiamo anche nel nostro caro meridione potenzialità tali, di uomini e cose, che non possono permetterci atteggiamenti gravemente rinunciatari suggeriti spesso da diffuso disfattismo. Senza alcuna presunzione, allora, vorremmo consegnare la ricostruzione della nostra bella Cattedrale alla storia, con una esortazione, ispirata all’icone evangelica del lievito: “parva favilla gran fiamma seconda”. Come avevo sollecitato in quell’Omelia d’inizio del mio ministero episcopale a Noto nel 1998, non abbiamo per nulla dimenticato, né frainteso, nella ricostruzione materiale della Cattedrale, il monito del Crocifisso a S. Francesco d’Assisi: «va’, edifica la mia Chiesa». Adesso, poi, diventa ancor più impellente.

 

Noto, 27 maggio 2007

Domenica di Pentecoste

+ Giuseppe Malandrino, Vescovo di Noto