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Dal 18 al 25 gennaio 2010 preghiera per l’unità dei cristiani

Dal 18 al 25 gennaio 2010 si terrà come di consueto l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani.
L’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo ha provveduto dopo le feste di far pervenire ad ogni parrocchia il materiale per la preghiera e la riflessione.
Nel materiale sono state date indicazioni sull’utilizzo dello stesso per eventuali incontri e celebrazioni.

La celebrazione ecumenica con i rappresentanti dei protestanti e, per la prima volta con gli ortodossi rumeni presenti in diocesi si terrà a Scicli nella chiesa di san Giuseppe giovedì 21 gennaio.
 
Il tema della Preghiera per l’unità dei cristiani del 2010 si collega al ricordo della Conferenza missionaria internazionale di Edimburgo che viene riconosciuta come l’inizio ufficiale del Movimento ecumenico moderno. Nei giorni 14-23 del giugno 1910, oltre mille delegati, appartenenti ai diversi rami del Protestantesimo e dell’Anglicanesimo, a cui si unì anche un ortodosso, si incontrarono nella città scozzese per riflettere insieme sulla necessità di giungere all’unità al fine di annunciare credibilmente il Vangelo di Gesù. A cento anni di distanza la tensione missionaria che riunì quei cristiani può aiutarci a riflettere sul legame che c’è tra missione e comunione nella vita dei cristiani. Sappiamo bene, infatti, che l’evangelizzazione è tanto più efficace quanto più i discepoli di Gesù possono mostrare la loro comunione, la loro unità. Del resto lo stesso Maestro li aveva avvertiti: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri”. Queste parole del Signore fanno emergere ancor più la contraddizione che c’è tra le divisioni dei cristiani e l’obbligo che comunque essi hanno di un annuncio credibile. D’altra parte non possiamo certo rinviare la comune testimonianza evangelica fino al giorno in cui sarà ristabilita la nostra piena comunione. E comunque sappiamo anche che la prima testimonianza è la nostra comunione.

L’urgenza di una evangelizzazione credibile ha spinto Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ut Unum Sint, a mettere il dito nella piaga: «E’ evidente che la divisone dei cristiani è in contraddizione con la Verità che essi hanno la missione di diffondere, e dunque essa ferisce gravemente la loro testimonianza. .. Come annunciare il Vangelo della riconciliazione senza al contempo impegnarsi ad operare per la riconciliazione dei cristiani? Se è vero che la Chiesa, per impulso dello Spirito Santo e con la promessa dell’indefettibilità, ha predicato e predica il Vangelo a tutte le nazioni, è anche vero che essa deve affrontare le difficoltà derivanti dalle divisioni. Messi di fronte a missionari in disaccordo fra loro, sebbene essi si richiamino tutti a Cristo, sapranno gli increduli accogliere il vero messaggio? Non penseranno che il Vangelo sia fattore di divisone, anche se esso è presentato come la legge fondamentale della carità?»(n.98).

La comunicazione del Vangelo e la comunione tra i cristiani sono due dimensioni che chiedono di essere vissute in maniera più responsabile da tutti i cristiani, anche in Italia. Durante il IV Convegno Ecumenico Nazionale, tenutosi a Siracusa abbiamo riflettuto sul tema paolino: «Guai a me, se non annuncio il vangelo». La memoria dell’Apostolo ci ha mutato a comprendere ancor più chiaramente il legame tra l’urgenza della evangelizzazione e una nuova audacia nel cammino ecumenico. Abbiamo ringraziato il Signore per il cammino ecumenico che le Chiese e le Comunità ecclesiali hanno compiuto in Italia soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. E abbiamo sottolineato l’irreversibilità di tale cammino, sapendo bene che l’unità non è il frutto delle nostre alchimie umane ma un dono di Dio che dobbiamo chiedere anzitutto con la preghiera. Certo, a noi viene chiesto di non lasciare nulla di intentato per compiere quei passi che ci portano verso l’unità. Abbiamo, infatti, riconosciuto il pericolo di cadere nella sottile tentazione di assuefarci alla divisone, di convivere troppo facilmente con la ferita della disunione, ritenendola una condizione insuperabile. Se così facessimo, saremmo responsabili di una grave colpa. Tanto più che abbiamo davanti a noi nuove sfide che chiedono invece un impegno più comune. Basti pensare alla diffusione di quella mentalità materialistica che sta allontanando sempre più dal Vangelo uomini e donne, giovani e adulti, ed anche adolescenti e bambini. L’attitudine egocentrica che ne consegue spinge a ripiegarsi su se stessi privilegiando i propri interessi e dimenticando quelli dei poveri, dei deboli, degli immigrati, degli angari e di coloro che non hanno né voce né posto nella società. Non possiamo non guardare preoccupati questa involuzione che avvelena le radici stesse della convivenza nel nostro Paese. Vi è poi un altro fenomeno che ci riguarda da vicino e che chiede a noi tutti una rinnovata generosità. Ci riferiamo alla immigrazione cristiana nel nostro Paese. Si tratta di centinaia di migliaia di fratelli e sorelle sia ortodossi che evangelici, oltre che cattolici, che sono approdati in Italia per cercare una vita migliore. La loro venuta è come una preghiera rivolta anche a noi perché ricevano una risposta di amore. Anche l’ecumenismo italiano deve ascoltare questo grido: dobbiamo affinare le orecchie del nostro cuore, allargare la nostra mente e unire le nostre braccia per accogliere questi nostri fratelli e aiutarli a crescere anche nella fede.

In questo orizzonte è stato scelto il capitolo 24 del Vangelo di Luca. E’ la narrazione del giorno di Pasqua. L’ascolto comune di questa pagina evangelica può mutarci a riscoprire il grande dono della Pasqua di cui tutti dobbiamo essere testimoni. Lo furono quelle donne, lo furono anche i due di Emmaus ed anche gli Undici. Non possiamo che metterci sulle loro orme a partire dall’obbedienza nell’ascolto. Anche noi sentiremo ardere il nostro cuore e cercheremo di tornare verso Gerusalemme per testimoniare assieme l’incontro con il Risorto. La preghiera rivolta al Padre nell’ultima cena perché i discepoli siano una cosa sola”(Gv 17, 21) trovava concretezza nel comando che il Risorto diede loro: “Voi sarete testimoni di tutto ciò”(Lc 24,48). A noi è chiesto di accogliere questo invito e, nell’ascolto comune del Vangelo, chiedere al Signore di aiutarci per affrettare i nostri passi verso la comunione piena.
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XXX Anniversario Episcopale di Mons. Malandrino

Il fausto XXX di Episcopato di Mons. Giuseppe Malandrino, Vescovo emerito di Noto, è lieta occasione per rileggere sinteticamente il suo servizio episcopale nella nostra Diocesi (1998-2007), dopo ben 18 anni in quella di Acireale (1980-98). 

Nato a Pachino il 12 luglio 1931 egli, sotto la guida lungimirante del parroco Mons. Vincenzo Spiraglia, riceve sin da piccolo una soda formazione umana e cristiana. Entra in Seminario a Noto, ove compie gli studi ginnasiali e liceali. A Roma, come alunno del Seminario Romano Maggiore, consegue il 5 luglio 1957 la laurea in Teologia presso la Pont. Università Lateranense. Ordinato presbitero in Chiesa Madre a Pachino il 19 marzo 1955, don Malandrino esercita per 24 anni (dal 1955 al 1979) in Diocesi il suo servizio sacerdotale con zelo e saggezza nei diversi impegni pastorali e culturali affidatigli. Giovanni Paolo II lo nomina Vescovo di Acireale il 30 novembre 1979. Il successivo 26 gennaio 1980 egli riceve la consacrazione episcopale nel Duomo di S. Giorgio a Modica Alta.

Nella bolla di trasferimento alla Chiesa di Noto, Giovanni Paolo II gli scriveva: «Venerabile fratello, che tu possa impiegare per il governo premuroso della diocesi di Noto, per la sua crescita e rinnovamento, la diligente esperienza pastorale fin qui acquisita e tutto il tuo zelo apostolico, confidando solamente nel Pastore Divino che sempre dal Cielo terrà sotto la sua protezione te e il tuo ministero, secondo le tue forze» (19 giugno 1998).

Nel suo primo messaggio alla nostra comunità diocesana, Mons. Malandrino si diceva «pronto, per la fiducia del S. Padre, a riprendere con voi il cammino ecclesiale nel luogo e nella storia che il Signore ci ha assegnato. Rivolgo subito il cordialissimo saluto e la fervida richiesta di collaborazione a tutti. Continueranno ad esserci di guida: la Parola di Dio, il Concilio Vaticano II e il recente Sinodo della Diocesi già in fervida attuazione. Le linee ispiratrici del mio ministero episcopale sono quelle stesse che mi hanno sempre guidato da prete prima e da vescovo poi». Viene ufficialmente a Noto sabato 29 agosto 1998, accolto gioiosamente da oltre seimila fedeli, convenuti dai nove centri della Diocesi e da vari Comuni della Diocesi di Acireale, nell’ampio stadio comunale, ove celebra la S. Messa all’aperto, dato il recente crollo della chiesa Cattedrale (13 marzo 1996).

Queste le principali linee operative, tracciate dal novello Pastore: 1) puntare sulla Parola di Dio ascoltata vissuta e testimoniata, sulla comunione con a centro l’Eucaristia e la testimonianza del Vangelo (servizio agli ultimi con particolare attenzione alle famiglie e ai giovani); 2) incrementare gli incontri per il clero e l’intera comunità diocesana (ritiri, aggiornamenti mensili, convegni diocesani e vicariali); 3) promuovere le ‘zone pastorali’ puntando anzitutto sulla pastorale unitaria; 4) nel rapporto laici-clero, incoraggiarne la collaborazione e l’impegno evangelico; 5) dare spazio a tutte le Associazioni, A. C. e Movimenti ecclesiali, aiutandoli ad operare in armonia con i Pastori; 6) valorizzare i tre grandi strumenti formativi diocesani: Scuola di formazione, Scuola di Teologia per laici, Scuola di formazione all’impegno socio-politico; 7) Cercare e curare molto le vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie. 

Il Vescovo manifesta subito stima per una maggiore valorizzazione de ‘La Vita Diocesana’ e delle molteplici pubblicazioni ecclesiali. In vista del Grande Giubileo del 2000 la Peregrinatio Crucis, celebrata durante la quaresima del 1999, è stata una ‘pioggia di grazia’ negli otto vicariati. Mons. Malandrino fa intanto dono alla Chiesa Netina di due prime sue Lettere Pastorali: «Giubilate nel Signore, convertitevi e credete al Vangelo» per il Giubileo del 2000 ed «Eccomi, manda me!» per la Missione Popolare diocesana. Due Messe vengono teletrasmesse (Rai Uno) dalla procattedrale S. Carlo il 31 ottobre e l’1 novembre 2000 e una da Modica (S. Giorgio) il 6 maggio 2007.

I Congressi Eucaristici vicariali e quello diocesano sono stati «il momento culminante del cammino giubilare di conversione al Vangelo della nostra Chiesa Netina e lievito della nostra adesione vitale al mistero dell’Eucaristia, che è sorgente sempre viva di conversione alla comunione, alla missione e al servizio ai poveri». Il 10-20 gennaio 2000 il Vescovo, con una delegazione rappresentativa della comunità diocesana netina, ha visitato la Chiesa sorella di Butembi-Beni e si è incontrato con Mons. Melchisedech Sikuli Paluku e i suoi diocesani congolesi.

Inoltre viene svolta una Missione Popolare Diocesana del ‘Verbum Domini’ (ottobre 2001- marzo 2002). La Missione è ben presentata nell’intensa preghiera e nella capillare organizzazione. Da questa Missione popolare scaturisce l’ulteriore impegno missionario nell’avvio dei ‘Centri di ascolto della Parola di Dio’. Molto intensa è inoltre la coinvolgente annuale celebrazione della Festa del ‘Verbum Domini’. Capillare e fruttuosa è infine la Visita Pastorale dal 2003 al 2006.
L’onòre di aprire le artistiche ante del portale centrale della ricostruita Cattedrale è spettato al Vescovo Mons. Giuseppe Malandrino mentre, contemporaneamente dall’interno, il suo predecessore Mons. Salvatore Nicolosi toglieva il chiavistello: una cerimonia semplice e altamente significativa, dopo l’ònere di undici lunghi anni sofferti in laboriosa attesa e vigli sollecitazioni volte a superare diversi ostacoli e complicazioni. Spalancato finalmente il maestoso portale, ecco il volo augurale di una bianca colomba che volteggia nel rinato tempio ricostruito con la tecnica ‘pietra su pietra’.
Tre sono stati i momenti dell’inaugurazione: 1) il 15 giugno 2007 simbolico, autorevole e benedicente il Messaggio di Benedetto XVI al Vescovo Giuseppe Malandrino: “La riapertura dell’insigne Cattedrale di Noto è significativo evento religioso e culturale. Al fascino ‘esteriore’ del Duomo restituito al suo splendore si unisca ora quello ‘interiore’ di coloro che in esso si riuniscono per lodare il Signore”; 2) domenica 17 giugno, di sera, commovente e indimenticabile il rientro trionfale dell’arca argentea del patrono San Corrado da S. Carlo al Corso in Cattedrale; 3) la mattina di lunedì 18 giugno l’inaugurazione ufficiale alla presenza dei Card. G.B. Re prefetto della Congregazione dei Vescovi, dell’Arciv. Bagnasco presidente della CEI, di Mons. Malandrino e Mons. Nicolosi, di numerosi Vescovi e Presbiteri, come anche del Presidente del Consiglio dei Ministri, di Sindaci e di Autorità civili e militari. Da evidenziare, inoltre, che una settimana prima – il 10 giugno – con tenacia e insistenza il Vescovo era riuscito a fare riaprire la basilica del Ss. Salvatore, chiusa da decenni.

«A partire dal Concilio Vaticano II il ministero episcopale ha assunto un ruolo sempre più significativo e fondante nell’ambito più generale dell’ecclesiologia. La Chiesa universale diventa visibile e prende vita nella Chiesa particolare. E la Chiesa particolare prende quella “forma” che il Vescovo, come “pastore proprio, ordinario e immediato” (Christus Dominus, 11), le imprime in virtù del suo munus pastorale. Si capisce da ciò che dalle scelte pastorali del Vescovo dipenderà non solo il cammino di fede, ma anche la stessa identità della Chiesa particolare che gli è affidata» (Mons. G. Malandrino).

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La Chiesa casa e scuola di comunione

La Chiesa è comunque famiglia! I rischi della burocrazia e del clericalismo ci sono sempre ma, se c’è viva una tensione evangelica, se le relazioni sono cordiali ed estroverse, tutto questo si supera. Così ci si è messi insieme gli Uffici diocesani della Catechesi, della Liturgia, della Caritas, della Famiglia – con il cuore aperto all’altro nella stima e nella fiducia – e si sono programmati due incontri unitari per il clero e per tutti i fedeli, in particolare per i catechisti, i ministri della comunione, i volontari, gli animatori Caritas, le famiglie cristiane. I primi due incontri si terranno venerdì 29 gennaio prossimo con Mons. Montenegro, al mattino per i preti sulle unità pastorali, nel pomeriggio per tutti sulla formazione e la vita di cristiani adulti e di comunità veramente fraterne (ore 18, Rosolini, Oratorio San Domenico Savio). Don Franco Montenegro, già presidente della Caritas Italiana e attuale Arcivescovo di Agrigento, lo abbiamo conosciuto in incontri con il clero e al Convegno delle Caritas di Sicilia svoltosi nella nostra diocesi tre anni fa. Nella sua Chiesa, dopo un cammino di ascolto, ha promosso un piano pastorale (consultabile sul sito della diocesi di Agrigento) che ha molti punti di contatto con le questioni avvertite anche nella nostra Chiesa e che ritroviamo per noi condensate nel nostro Sinodo, soprattutto nel capitolo sulla comunità cristiana, e presenti con forte convinzione nelle due lettere al clero e negli interventi del nostro Vescovo. Agli incontri interverrà inoltre anche don Dionisio Rodriquez, direttore della Caritas dell’Aquila e parroco di Paganica, per continuare il gemellaggio con l’Abruzzo in uno scambio di visite in cui non c’è solo il dramma del terremoto ma anzitutto la possibilità della reciprocità nell’aiutarsi a capire come comunicare il Vangelo. C’è anche una icona che fa da sfondo al piano pastorale agrigentino e ai nostri incontri – l’icona della Visitazione – a ricordarci che solo nella misura in cui Cristo abita in noi è possibile una comunione vera e una missione credibile, ma anche che ognuno di noi è chiamato a compiere passi concreti, umili, leali, coraggiosi.

Venerdì 29 gennaio 2010: INCONTRI CON MONS. FRANCESCO MONTEGRO, ARCIVESCOVO DI AGRIGENTO

ore 10 Casa del Clero (Noto)

Incontro con il clero:  “Le unità pastorali tra comunione e missione. Per una Chiesa casa e scuola di comunione”

Ore 18 Oratorio San Domenico Savio (Rosolini)

Incontro per tutti (in particolare catechisti, ministri della comunione, volontari, famiglie, animatori pastorali) sul tema:  “Per cristiani adulti nella fede e nell’amore”

Gli incontri saranno presieduti dal nostro Vescovo Mons. Antonio Staglianò.
Agli incontri sarà presente il direttore della Caritas dell’Aquila don Dionisio Rodriquez

Il prossimo appuntamento unitario sarà il 19 marzo, sulla sfida educativa, con Mons. Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana (al mattino ore 10 alla Casa del Clero di Noto, la sera ore 18,30 alla Domus S. Petri di Modica)

 

Dalle decisioni del Secondo Sinodo Diocesano di Noto

Decisione 14, La scelta missionaria: La Chiesa di Noto, “per la fedeltà alla missione datale da Cristo, non può proseguire nell’attuale gestione pastorale che giudica insufficiente e non pienamente conforme al progetto di Dio”. Questo sinodo, quindi, ritiene urgente e necessario che tutte le componenti ecclesiali della diocesi sappiano accogliere la Parola di Dio, la testimonino vitalmente e acquisiscano uno slancio missionario rivolto prevalentemente al mondo degli adulti. A tal fine tutta la Chiesa locale (e in essa ogni comunità parrocchiale, congregazione religiosa, gruppo, movimento, associazione) decide di operare questa conversione fondamentale: da una Chiesa dispersa nelle molte attività a una Chiesa che ritrovi le cose essenziali della fede e sappia comunicarle come pellegrina sulle strade dell’uomo, mediante un radicamento nel territorio .

Decisione 33, La comunione tra i presbiteri, i diaconi e le comunità ecclesiali: La nostra Chiesa locale si impegna ad operare questa fondamentale conversione: – i presbiteri e i diaconi, per primi, vivano con il Vescovo e fra loro una più sentita comunione fraterna (spirituale, pastorale e umana), come specifica espressione del sacramento ricevuto, rendendo così concretamente visibile il collegio dei presbiteri e quello dei diaconi; – le comunità dello stesso vicariato, configurato come comunione di comunità, si diano una pastorale comune, in cui si manifesti l’unità del sentire e dell’agire; questa pastorale si richiami alle scelte e alle indicazioni di quella diocesana, valorizzando e coinvolgendo tutti i membri della comunità e le loro aggregazioni, con i doni e i ministeri propri.


L’Epifania: la responsabilità per l’Evento

Ciò che si manifesta il “nuovo potere d’amore” che Dio ha donato agli uomini

Natale è passato, ma resta la responsabilità per l’Evento, l’impegno dell’amore tra gli uomini, perché ci sia pace nel mondo e maggiore giustizia e solidarietà tra tutti noi. L’Epifania porterà via tutte le feste e però essa stessa è una festa che dura e permane nella gioia di venire a sapere quanto manifesta (epifania significa manifestazione): “il nuovo potere d’amore” che la grazia di Dio permette agli uomini. E’ il potere generato dallo sguardo del Padre verso di noi suoi figli.
Ogni sguardo di padre verso il proprio figlio è sguardo di fiduciosa attesa e di timorosa speranza che il figlio germogli e cresca bene: la fede cristiana nel mondo è allora comprensibile come l’avventura della libertà dei credenti a crescere e germogliare secondo lo sguardo del Padre di Gesù. Che questa avventura non sia risolvibile nelle noccioline natalizie di qualche preghierina blaterata con la bocca o di qualche magistica partecipazione a cerimonie religiose lo capisce chiunque (non occorre una profonda fede per comprenderlo, basta un poco di testa). L’avventura invece pretende che la propria libertà si giochi, cioè si esponga, in nome di Dio verso l’altro – chiunque altro – in gesti concreti e visibili di carità (=agape) anche a costo del proprio annientamento, della perdita o rinuncia di sé, perché forte è l’affetto che mi lega a ogni persona: a costo della vita, vorrò amare.

«Belle parole. Siamo in fondo uomini, fragili, caduchi. Chi potrà essere all’altezza di questo sguardo del Padre. Rinunceremmo volentieri a una sguardo così esigente, costituiti come siamo in debolezza», direbbe il sapientone di questo mondo nella sua stoltezza.
E’ una seria obiezione che può far riferimento all’impotenza umana registrata nella storia, anche lungo il corso dei due millenni passati dalla nascita di Gesù (barbarie umane, guerre etc.). La memoria di quell’Evento benedetto del “Figlio di Dio nato da donna” permane e ora manifesta e attesta un’altra verità: noi non siamo soli in questa impresa di diffusione dell’amore. Questo è anche epifania. Già, perché se il Figlio di Dio può nascere in un uomo, vorrà pur dire che l’uomo – per quanto fragile e povero – può tuttavia contenere la sua immensità divina. L’esagerare l’incapacità dell’uomo (la sua debolezza esistenziale) è un modo a un tempo sottile e superficiale di sfuggire al dono dell’Incarnazione: questo dono dichiara che l’uomo può –nella grazia dell’unione di sé con Dio – vivere nell’obbedienza dei comandamenti del Padre, maturando e crescendo come il Padre si aspetta dai suoi figli.

L’impresa sarebbe umanamente impossibile se non ci fosse l’unione di Dio con l’uomo. Questa unione però c’è stata in Gesù e continua ad esserci nel battezzato, riempito di Spirito Santo (anche Lui “Dio in persona” presente veramente nel cuore del credente). Lo hanno sottolineato i Padri della Chiesa: l’uomo è capax Dei, è capace di Dio. Questo annuncia l’Epifania dell’Incarnazione: l’uomo è vero uomo perché è unito a Dio, perché permette a Dio di abitarlo, perché fa spazio alla presenza di Dio nella sua vita e riempie il suo tempo di eternità. L’uomo vero accade quando l’Eterno incrocia la nostra fragile temporalità, compiendola, rilanciandola verso orizzonti di pace, di giustizia, di servizio, di amore.
 Dunque, alla banalità di chi afferma “sono un uomo, non ce la posso fare”, l’Epifania contrappone la luminosa sapienza “ce la puoi fare se sei un uomo”. Già, perché essere uomini significa – dall’Incarnazione in poi – essere stati resi capaci di una avventura nuova di vita, misurata dallo sguardo esigente – e premuroso (ricco di misericordia) del Padre: quella di vivere nel tempo l’Eternità, vivendo la vita come vita, per esempio, nella fedeltà all’amore dichiarato “una volta per tutte” nel matrimonio o nella consacrazione a Dio.

 “Una volta per tutte” è il linguaggio dell’amore che non è amore se non è definitivo. L’Incarnazione consacra questa definitività una volta per tutte. Il cristianesimo allora non sarà lo sfogo psicologico e sentimentale del “buon Natale”, non è “questione di cibo o di bevande” per l’incremento della nostra società dei consumi (ah!! il consumismo natalizio, fuso senza coscienza con qualche piccola offerta fatta ai negretti dell’Africa che muoiono di fame). No, il cristianesimo è la traccia storica della possibilità del linguaggio dell’amore – una volta per tutte -, amore che è più forte della morte. “Quella grotta è uno specchio/ Dio nasce ancora/ adesso/ solo in te”.

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A Pozzallo si celebra l’anniversario di La Pira

Nell’anniversario della nascita di Giorgio La Pira, il nostro Vescovo Mons. Staglianò e don Salvatore Cerruto saranno presenti alle celebrazioni che si terranno a Pozzallo dal 7 al 9 gennaio. Il Vescovo aprirà i lavori con un celebrazione eucaristica il 7 alle ore 18 in Chiesa Madre. Gli incontri saranno diversi e in diverse sere. Ci saranno anche incontri destinati a giovani  studenti. Anche don Ignazio La China terrà un intervento nella sera del 9 gennaio. Il grande profeta La Pira diceva: “…la lotta politica continuerà anche dopo che sarà compiuta la Costituzione. Il fatto però di essere riusciti prima di tutto a comprenderci e di essere riusciti a fissare come elementi della Costituzione alcuni punti su cui i rappresentanti di correnti politiche diverse, provenienti da parti molto lontane, con ideologie differenti, si sono trovati d’accordo e hanno votato all’unanimità; il fatto che si è riusciti ad inserire nella Costituzione una maggioranza di articoli sui quali tutti sono finora concordi, è di buon auspicio per il futuro del paese”.  Confortati dalle parole profetiche di La Pira ci auspichiamo che nel nostro paese i politici lavorino sempre più concordi per il bene comune.

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Forte preoccupazione per i servizi sanitari presso l’Ospedale di Noto

La Chiesa di Noto è fortemente preoccupata per il ventilato ridimensionamento dei servizi sanitari presso l’Ospedale di Noto.
A detta delle autorità preposte alla gestione di questo importante settore pubblico, i motivi risiedono, oltre che nella riduzione degli attuali servizi per esigenze di contenimento di una spesa sanitaria che ha assunto dimensioni scandalose, anche su intese ed accordi politici che nulla hanno a che vedere con i bisogni dei cittadini.
A tal riguardo giova rammentare che la tutela della salute della collettività non può essere gestita solo mediante un calcolo di bilancio. Una logica di costi e benefici, questa, che ha ormai trasformato il nostro sistema sanitario in un vero mercato del servizio, dimenticando completamente il cittadino, relegato ormai al ruolo di semplice numero.
Pur senza ignorare il quadro economico e i dati epidemiologici e culturali in base ai quali le scelte devono compiersi, è necessario che si riaffermi la verità e la dignità della persona umana e i bisogni delle categorie più fragili. Per nessuna ragione, come ripetutamente afferma il Papa, è possibile “dimenticare la centralità della persona e il rispetto che la stessa deve avere nel contesto sociale”.
Ben venga un’opera di razionalizzazione della spesa pubblica ed una lotta comune contro sprechi, corruzione e pigrizia, purché non venga meno la promozione dei diritti fondamentali della persona, tra cui il diritto alla salute, come peraltro sancisce la nostra Costituzione.
Non è possibile che di un ambito così importante del sistema della sicurezza sociale si parli spesso in termini di inefficienza e di “malasanità”. Nei cittadini è fortemente avvertito il bisogno di sicurezza e di stabilità nella gestione dei servizi sociali. E’ necessario recuperare quel valore aggiunto della “fiducia” nel futuro, indispensabile per rilanciare concretamente la vita dei nostri comuni.
La Chiesa di Noto auspica, pertanto, che i responsabili della cosa pubblica siano ispirati nelle decisioni che prenderanno, esclusivamente, da esigenze di servizio verso gli ammalati, che rappresentano la categoria più bisognosa ed indifesa.

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Le Famiglie a Rosolini per divenire un seme di speranza

L’Ufficio di Pastorale Familiare invita tutte le famiglie a Rosolini presso l’Oratorio San Domenico Savio, dove il noto relatore don Antonio Baionetta affronterà il tema: “Appartenersi per divenire un seme di speranza”. L’incontro – come ci dicono i responsabile dell’Ufficio Famiglia – “sarà pienamente fondato sull’anno sacerdotale che stiamo celebrando, si cercherà per questo di rendere partecipe le famiglie alla piena comprensione del  compito sacerdotale affidatogli dalla vocazione matrimoniale”. Il programma si svolgerà nei giorni dal 9 al 10 gennaio: Sono previsti momenti di preghiera, laboratori, relazioni, interventi. Per rendere possibile la partecipazione viene offerto un servizio Bay Sitter.

Scarica la locandina >>

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Il Vescovo a Butembo-Beni dal 9 al 20 Gennaio

È composto da 49 membri il folto gruppo che, presieduto dal nostro Vescovo, mons. Antonio Staglianò, si recherà in Africa, nella Chiesa gemella di Butembo-Beni, Nord Kivu del Congo, il prossimo 9 gennaio 2010, per fare poi ritorno a Noto in due gruppi (un primo gruppetto di dieci persone compreso il Vescovo, ritornerà il 20 gennaio, mentre gli altri prolungheranno la loro permanenza fino a domenica 24), invece don Roberto Masinda, il sacerdote africano di Butembo-Beni, in servizio pastorale a Rosolini, si fermerà nella sua diocesi di origine fino al 17 febbraio 2010.  Scopo principale di questo viaggio pastorale è di incrementare, sotto la guida del nostro nuovo Vescovo, che lo compie per la prima volta, il fecondo gemellaggio avviato dalla nostra chiesa cattedrale a Noto (quasi 22 anni orsono), il 21 aprile 1988 in occasione del 25° episcopale del nostro Vescovo emerito mons. Salvatore Nicolosi e con la presenza del Vescovo-“profeta” di Butembo-Beni di allora, mons. Emanuele Kataliko; gemellaggio che pose radici solide nel successivo viaggio di mons. Nicolosi a Butembo, nel gennaio 1990, durante il quale furono fissati i celebri 10 punti di concreto sviluppo dello stesso gemellaggio tra la nostra Chiesa di Noto e la Chiesa africana del Nord-Kivu. A partire da quel primo viaggio pastorale del gennaio 1990, si sono succeduti altri viaggi in Africa, ben concatenati e ricchi di frutti, dei successivi Vescovi di Noto: mons. Giuseppe Malandrino nel gennaio dell’anno giubilare 2000 e mons. Mariano Crociata nel gennaio 2008, mentre le analoghe visite dei Vescovi di Butembo-Beni a Noto (di mons. Kataliko negli anni ’90 e del suo successore, mons. Melchisedech Sikuli, in questi primi anni del 2000) sono state anch’esse visite pastorali molto arricchenti, che hanno portato a noi europei, appesantiti dalle scorie della cultura consumista e nichilista, la freschezza di una Chiesa africana giovane nella fede perché molto provata dalla sofferenza. Tessendo anno dopo anno rapporti spirituali e culturali non solo tra le due diocesi, ma soprattutto tra parrocchia e parrocchia, conoscendoci personalmente, ci siamo inoltrati nel solco fecondo della rinnovata ecclesiologia di comunione, universale e particolare, del Concilio Vaticano II. Il cammino su questo solco, d’altra parte, è stato approfondito anche dagli innumerevoli viaggi, dalla fitta corrispondenza epistolare, dal dono a Noto di esemplari presbiteri butembesi e dalle considerevoli realizzazioni socio-promozionali (vedi Centro Nutrizionale “Giorgio Cerruto”, incremento dell’Università Cattolica di Butembo, turbine per l’elettricità, ospedali, scuole, ambienti catechetici ed educativi, ecc.) che hanno costellato questi 22 anni di crescente gemellaggio, condotto dall’azione imprevedibile dello Spirito, attraverso il coraggio e la generosità di operatori pastorali, culturali e sociali di ambedue le Chiese sorelle. Ed ecco giunti a un’altra tappa: il primo viaggio pastorale a Butembo, voluto ed animato da mons. Staglianò, con una partecipazione numerosa (quasi 50 membri) e articolata (ben 9 sacerdoti e 39 fedeli laici da quasi tutti i vicariati, giovani e adulti, con variegate qualifiche pastorali, sanitarie, agrarie, commerciali, imprenditoriali ed educative), allo scopo di sviluppare in modo sempre più concreto sia il Centro Nutrizionale annesso alle crescenti facoltà dell’Università Cattolica di Butembo-Beni, sia i circa 30 gemellaggi tra le parrocchie delle due diocesi sorelle. In particolare, poi, questo viaggio si propone anche l’attuazione di due specifici obiettivi: a) un progetto pilota di autosufficienza alimentare della popolazione; b) un progetto ospedaliero, probabilmente nella città di Beni, in memoria di Pino Staglianò, fratello del nostro Vescovo, scomparso improvvisamente lo scorso 8 ottobre. Ma cosa troverà la nostra delegazione in Africa? Senz’altro una Chiesa rafforzata nella fede, nella speranza e nell’abbraccio della croce di Cristo, perché è al coraggioso servizio di un popolo tuttora oppresso e dimenticato sotto il gioco di indescrivibili vessazioni (specie sulle donne e sui bambini) e di insopportabili ingiustizie, di cui i mass-media, ben controllati dai potentati economici internazionali, solo raramente ci danno notizie, oltretutto ben ovattate per nascondere la vera causa di questa reale tragicità. Qualcosa, grazie a Dio, ce la presenta periodicamente e con coraggiosa verità il quotidiano cattolico Avvenire. La terza pagina dello scorso 6 dicembre è interamente dedicata alla assurda ed inumana tragedia, del Kivu nel Congo, sia al Nord (dove si trova la nostra diocesi gemella) che al Sud. Basta riportare qui i principali  titoli di questa pagina-servizio: “Kivu, la maledizione delle miniere, solo guerra e morte”; “Un paese lacerato, dopo 15 anni di guerra. Si stima che 5 milioni di persone abbiano perso la vita, due milioni gli sfollati. Le responsabilità pesano sui grandi Paesi, sui governi occidentali, che favoriscono la politica del caos per comprare minerali da intermediari”; “Le Nazioni Unite, solo ora, dopo 10 anni, ammettono che la loro missione è stata un fallimento”; “Oltre 50mila donne violentate e7 bambini su 10 vivono in condizioni di miseria estrema”. E nell’ambito di questa stessa pagina, il corrispondente di Avvenire da Bukavu (Sud Kivu), Anna Pozzi, riporta una impressionante e severa dichiarazione del Vescovo di Butembo-Beni, mons. Melchisedech Sikuli, definito dalla giornalista “voce coraggiosa della Chiesa e della società civile congolese”. Ecco quanto afferma mons. Sikuli: “ Le ricchezze minerarie del nostro Paese sono una delle ragioni di questo conflitto senza fine, in cui gli stessi congolesi si combattono gli uni  contro gli altri. È una situazione di violenza, ingiustizia, sfruttamento che non possiamo più tollerare. Resta la speranza che il male non avrà l’ultima parola”. Ecco, dunque, la tragica realtà del territorio della Chiesa africana, nostra gemella, verso cui  il nostro Vescovo si accinge ad andare incontro. È un viaggio pastorale mosso da lucida e coraggiosa intraprendenza evangelica, pronta anche al rischio di andare controcorrente rispetto alle forze oppressive di chi è accecato “dalla fame dell’oro”. Auguriamo che questo viaggio, veramente fraterno, in cui noi tutti ci sentiamo coinvolti, possa produrre frutti copiosi , frutti che vogliamo anche implorare con la nostra incessante preghiera.

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Il primo Gennaio la 43^ Giornata Mondiale della pace

Il primo gennaio la 43^ giornata mondiale della pace a cui il papa ha dato come tema “Se vuoi coltivare la pace, custudisci il creato”. Il Capodanno civile s’incontra con il culmine dell’ottava di Natale, in cui si celebra la Divina Maternità di Maria, e questo incontro trova una sintesi felice nella Giornata Mondiale della Pace. Per sensibilizzare i fedeli ci sono alcune copie del volantino con la proposta di passi concreti  per la salvaguardia del creato realizzato dalla nostra Caritas, reperibile presso le due librerie cattoliche di Noto e Modica. Ci sarà poi un momento di preghiera a Modica in San Pietro la sera del 1° gennaio alle ore 19,30 a cui, chi vuole, può unirsi: sono previsti la recita comunitaria del vespro e una riflessione di don Corrado Lorefice sulla pace evangelica alla luce dell’insegnamento  del Card. Lercaro e di don Dossetti.

Il Messaggio di Benedetto XVI Scarica>>

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Convegno Internazionale a Roma su Dio oggi

In un mondo in cui l’indifferentismo etico e valoriale di molti non pensanti, contro cui ha avuto parole di fuoco Massimo Cacciari, che ha denunciato il nulla ed il vuoto di chi ha rinunciato al pensiero, era lecito nutrire dubbi circa la riuscita del Convegno Internazionale sul tema “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”, organizzato dal Comitato per il Progetto Culturale della Chiesa Italiana.
Dubbi che una partecipazione massiccia e fortemente sentita ha subito diradato fin dalle prime battute, allorché Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, introducendo i lavori, ha evidenziato la verità dell’autosvelamento dell’Essere, di Dio che è amore. E’ proprio questa straordinaria realtà che ci indica Gesù crocifisso. La ricerca di Dio coincide con la ricerca dell’uomo: “Ti cercherò perché viva l’anima mia”.

Tre intense giornate di lavori: un appassionante “tour de force”

2500 partecipanti in tutto, di cui 1800 hanno seguito tutte le sessioni dei lavori delle tre intensissime giornate (10 – 12 dicembre 2009) a Roma presso l’Auditorium di via della Conciliazione; un vero tour de force, felicemente condotto a termine grazie alla gratificazione insita nell’ascolto, pur estremamente impegnativo, dei relatori: filosofi, teologi, scrittori, scienziati, biblisti, esteti di spessore mondiale.
“Una sana provocazione – ha affermato il sindaco di Roma Alemanno che ha portato il saluto dell’Amministrazione capitolina – contro il laicismo ideologico e l’ateismo spicciolo che allontana dai tempi profondi dell’esistenza, da ciò che è essenziale per l’uomo”.
Sospinto insensatamente fuori dai confini della cultura del Novecento, Dio ha dato luce e spessore al Convegno, che ha segnato l’inizio di una stagione nuova, stanca del totalitarismo scientista e del laicismo ossessivo, che hanno sospinto l’uomo nell’inestricabile ragnatela del nulla.
La domanda di senso, di futuro, di orientamento, sottesa all’intera manifestazione, ha trovato voce anzitutto nel messaggio di Benedetto XVI (letto all’Assemblea dal nostro mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei). Il Santo Padre ha rilevato la centralità della questione di Dio nel nostro tempo, in cui si tende spesso “ a ridurre l’uomo ad una sola dimensione, quella orizzontale, ritenendo irrilevante l’apertura al trascendente”. Ha quindi espresso l’auspicio che il Convegno “possa contribuire almeno a diradare quella penombra che rende precaria e timorosa per l’uomo del nostro tempo l’apertura verso Dio, sebbene Egli non cessi di bussare alla nostra porta”.
A posteriori, è impressionante constatare come tutti i vari momenti dell’Evento, come tutti i relatori, anche non credenti, si siano mossi sulla lunghezza d’onda auspicata dal pontefice, conferendo al Convegno la dimensione di un grande affresco della condizione dell’uomo d’oggi, volto a ritrovare la sua grandezza nella sua ansiosa ricerca del Creatore.

Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te

Ringraziando il Santo Padre per il suo messaggio, il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, citando l’osservazione di S. Agostino : “Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te”, ha subito messo in chiaro come la questione di Dio non sia un interrogativo astratto, ma un imperativo strutturale che penetra nel profondo delle “fibre dell’uomo interiore, dove abita la verità”.
Tutto il Convegno, “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”, si è articolato nella prospettiva di una autentica “metafisica dell’humanum”, ponendo con forza la questione della Verità. Se l’arroganza ateista e l’illusione idolatra hanno mistificato e, in parte, ancor oggi mistificano ed occultano la questione di Dio, l’opzione verticale si incammina di nuovo verso la terra promessa. Citando Ludwig Wittgenstein, che ha affermato che “credere in Dio significa vedere che la vita ha un senso”, il card. Bagnasco ha precisato che, in un mondo succubo della sindrome relativistica, la ricerca di Dio esige scelte coraggiose di libertà interiore e che la vera esigenza oggi “è quella di far risuonare la bella notizia che è Gesù la risposta agli interrogativi e alle aspirazioni più profonde dell’animo umano”. Proprio per questo, egli ha rivendicato rispettosamente la dignità e la rilevanza culturale del Vangelo, “capace di interpretare l’esistenza e di orientare l’uomo viandante del nostro tempo, di ogni tempo”. Il Vangelo, infatti, è una comunicazione di fatti che cambiano la vita. Non a caso Benedetto XVI afferma che chi ha speranza vive diversamente perché gli è stata donata una vita nuova (Spe salvi). Basta ascoltare la voce di Dio che, come ad Emmaus, si avvicina ad ogni persona per rivelare l’uomo a se stesso.

Il Dio della fede e della Filosofia

Fondamentali sono risultate le relazioni del card. Camillo Ruini e del filosofo Robert Spaemann.
Il primo, presidente del Comitato del Progetto culturale, ha anzitutto spiegato di non riferirsi ad un generico concetto di Dio, “ma al Dio della nostra tradizione religiosa, il Dio di Abramo e finalmente, e soprattutto, il Dio di Gesù Cristo”. Dopo avere accennato alla difficoltà insita nella corposa presenza del male nel mondo, ha invitato a superare l’aporia osservando che, oltre al male, esiste nell’uomo il bene, spinto in molti casi fino alla santità. Ha quindi tracciato tre percorsi razionali verso l’esistenza di Dio: 1) il percorso ontologico a posteriori che ha la sua origine nella constatazione che esiste qualcosa piuttosto che nulla, per cui la nostra intelligenza non può non interrogarsi sull’origine dell’essere della realtà; 2) il percorso che ha il suo punto di partenza nella constatazione che l’universo è conoscibile da parte dell’uomo e rimanda ad una intelligenza originaria trascendente rispetto alla natura; 3) il percorso che parte dalla constatazione del bene e dalla percezione del valore morale e dell’obbligazione morale.
L’ex-presidente della Cei ha quindi analizzato i tre trascendentali dell’essere, del vero e del bene che portano a Dio insieme all’esperienza della bellezza, che poi è stata analizzata in altri momenti dell’Evento da studiosi del calibro di mons. G. Ravasi, Roger Scruton ed altri.
L’intervento del prof. Robert Spaemann è stato tutto centrato sulla ragionevolezza della fede in Dio e sull’unica risposta possibile per l’uomo che pensa: “Siamo costretti a pensare una coscienza che custodisce tutto ciò che accade, una coscienza assoluta… Se la realtà esiste, allora il futuro anteriore è inevitabile e con esso il postulato del Dio reale”. Citando Nietzsche che scriveva: “Io temo che non ci libereremo di Dio finché continueremo a credere alla grammatica”, il filosofo tedesco ha concluso che il problema è proprio che non potremo fare a meno di credere alla grammatica. Dunque, con buona pace di Nietzsche, che ha utilizzato la grammatica per esprimere il suo pensiero, l’uomo, per sua fortuna, non potrà mai rinunciare a Dio e al suo amore.
In uno stupefacente crescendo di interesse e di argomentazioni, di cui duole non poter dare una idea complessiva in un servizio giornalistico, i partecipanti al Convegno hanno potuto riflettere sulla presenza di Dio nel cinema e nella televisione in virtù delle puntuali analisi di Aldo Grasso della Cattolica di Milano, Mariarosa Mancuso, critico cinematografico, Adriano Aprà, docente di Storia del cinema all’Università Tor Vergata, e Paola Ricci Sindoni dell’Università di Messina, e nella letteratura e nella poesia, di cui hanno discusso lo scrittore Ferruccio Parazzoli, il poeta Davide Rondoni, lo scrittore Robert Schneider ed il giornalista Alessandro Zaccuri. E’ stata quindi la volta di “Dio e l’anima” con gli interventi di Giacomo Canobbio, teologo della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, Michele Lenoci della Cattolica di Milano e Giorgio Israel della Sapienza di Roma, e “Dio in libreria” attraverso un’ampia disamina del mercato librario religioso da parte di Paola Bignardi, ex-presidente dell’Azione Cattolica.

Dio, la vita umana e la ricerca di senso

Straordinariamente coinvolgente è risultata, a chiusura della prima giornata dei lavori, la tavola rotonda con il card. Carlo Caffarra, Giuliano Ferrara, che si è dichiarato “neofita convertito”, Aldo Schiavone dell’Università di Firenze, ed Enrico Berti dell’Università di Padova. Interessante la proposta di Aldo Schiavone, che ha reso esplicito il bisogno di una nuova evangelizzazione, conseguente ad una radicale riscoperta del Dio di Gesù per padroneggiare la potenza acquisita dall’uomo, per esempio nei campi della scienza, della biologia. Vibrante anche l’intervento del card. Caffarra che, esprimendo il bisogno inestinguibile di Dio e di beatitudine eterna ha così concluso: “Dio non esiste perché l’uomo cerca un senso, ma l’uomo cerca un senso perché Dio esiste”.
Impossibile, comunque, dar conto della ricchezza di argomentazioni; il rischio è di sintetizzare oltre misura facendo torto ai relatori.
I lavori sono stati ripresi l’11 dicembre con l’analisi della presenza di Dio nella cultura e nell’arte grazie alle magistrali relazioni del prof. Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica di Milano, del card. Angelo Scola, che ha descritto il martirio come la sconfitta di ogni eclissi di Dio, perché il martire abbraccia il anticipo il suo carnefice in nome del dono di amore di Dio stesso, e del prof. Roger Scruton dell’Istituto di Scienze Psicologiche della Virginia, secondo il quale la bellezza e la creatività sono aspetti diversi del medesimo cimento: “… nel creare bellezza l’artista rende gloria alla creazione di Dio. E la bellezza redime ciò che tocca”.
Antonio Paolucci, direttore dei musei vaticani, e mons. Gianfranco Ravasi, presidente, tra l’altro della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, hanno quindi discusso con invidiabile competenza di Dio nell’arte figurativa di ieri e di oggi.

Dialogo tra le religioni ma nessun sincretismo

“Dio e le religioni” è stato poi il tema sviluppato da Francesco Botturi, docente di Filosofia morale alla Cattolica di Milano, Rémi Brague della Sorbona di Parigi e Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia, che ha denunciato l’ateismo pratico il cui esito è il nulla. Scacciata ogni tentazione verso il mercato del sincretismo, si è evidenziata la necessità di entrare nella prospettiva dell’altro per il necessario dialogo. Da questo punto di vista, la sorpresa è constatare che la fede cristiana parte proprio da questa esigenza di comprensione e di amore del prossimo.
Tra gli altri eventi, non si possono passare sotto silenzio le sottolineature di Pierangelo Sequeri della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e Pierpaolo Bellini, musicista e docente dell’Università di Macerata, sulla presenza di Dio nella musica ed il dibattito su “Dio e la violenza” che ha visto i contributi dell’arcinoto filosofo Emanuele Severino, di Luigi Cimmino dell’Università di Perugia, Angelo Panebianco, politologo e docente presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed Eugenia Scabini dell’Università Cattolica di Milano. E’ stato decisamente escluso ogni rapporto del Dio di Gesù Cristo con la violenza: una insostenibile contraddizione in termini.

Creazione ed Evoluzione: nessun contrasto

Non poteva mancare naturalmente una conversazione su “Creazione e/o evoluzione”, a partire dal libro di Denis Alexander, biologo molecolare e docente a Cambridge, che ne ha parlato con Fiorenzo Facchini, antropologo e paleontologo, Gennaro Auletta della Pontificia Università Gregoriana e Giuseppe Tanzella Nitti, teologo della Pontificia Università della Santa Croce di Roma. Parlare di opposizione tra creazione ed evoluzione – è stato questo il senso profondo dei vari documentati interventi – significa non aver chiari i termini del problema o essere in malafede. Non c’è proprio nulla da scegliere tra creazione ed evoluzione perché l’una non esclude l’altra e dunque il presunto contrasto non esiste.
La seconda giornata dei lavori si è chiusa a tarda sera, ma in presenza di tutti i partecipanti, determinati a non perdere un solo istante delle riflessioni sui sostanziali temi trattati, con la tavola rotonda su “Dio, la Storia, la Politica”, cui hanno dato il loro contributo mons. Bruno Forte, presidente della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede, Ernesto Galli Della Loggia, politologo e docente di Storia presso l’Università Vita-Salute, Salvatore Natoli, docente di Filosofia presso l’Università Milano Bicocca e Francesco D’Agostino, docente di filosofia del diritto presso l’Università Tor Vergata di Roma.

La Chiesa, madre della democrazia

Il Dio biblico, il Dio di Gesù Cristo, che si compromette scandalosamente con la storia. Ecco l’unica vera questione per cui vale la pena di vivere e di morire: questo, con qualche ovvio distinguo secondo la formazione dei relatori, il concetto dominante della conversazione, che poi, abbordando il problema politico, ha dato modo ad Ernesto Galli Della Loggia di affermare che la Chiesa è la madre della democrazia, in quanto traduzione laica dei grandi principi umani del Cristianesimo. Degna di opportuna sottolineatura l’intuizione di S. Natoli per cui, se Dio è esperienza dell’imponderabile, la persona che ricerca percorre in fondo lo stesso cammino del credente.

Dio e le Scienze

La giornata conclusiva del 12 dicembre è stata interamente dedicata al tema “Dio e le Scienze”. Scienziati di indiscusso valore mondiale, come Ugo Amaldi, docente di Fisica medica all’Università di Milano Bicocca, Martin Nowak, docente di Matematica e Biologia presso l’Università Harvard, la più prestigiosa degli USA, Gorge Coyne, astronomo, già direttore della Specola Vaticana, oggi preside dell’Osservatorio dell’Università dell’Arizona, e Peter Van Inwagen dell’Università di Notre Dame du Lac dell’Indiana (USA), hanno demolito scientificamente e filosoficamente ogni presunzione scientista, ormai decisamente fuori del tempo e della realtà.
Interessante il concetto di fertilità dell’universo, introdotto da George Coyne, per il quale il libero arbitrio sarebbe da estendere a tutto il cosmo, nonché l’intuizione di Martin Novak, che, oltre alla mutazione e selezione naturale di darwiniana memoria, ha sviluppato la tesi della cooperazione, del mutuo aiuto presente nell’evoluzione.
E’ Dio il creatore e sustainer (sostegno) dell’universo; la scienza che nega Dio non è scienza, ma religione dell’ateismo. Filosoficamente, si può dunque concludere con Peter Van Inwagen che “l’Essere onnipotente ha creato un mondo darwiniano”.
Delle conclusioni di un Convegno di straordinaria ricchezza quanto a provocazioni su molteplici fronti che vanno dalla cultura alla fede si è fatto carico da par suo mons. Rino Fisichella. Dopo aver constatato la fine dei grandi ateismi ed osservato che oggi Dio non è negato ma sconosciuto, ha affermato che si è passati dal “Dio: un’ipotesi inutile” a “Dio: la possibilità buona per l’uomo” di G. Vattimo.

Veramente “Con Dio o senza Dio cambia tutto”

Il Convegno è stato come un sasso lanciato nello stagno su due fronti: quello della indifferenza e quello dell’ovvietà che fa emergere l’ignoranza che oggi domina sovrana sui contenuti religiosi. Mons. Fisichella si è poi soffermato, con chiaro riferimento a George Coyne, Martin Novak e Peter van Inwagen, sulla importanza della odierna cosmologia per la problematica di “Dio”: “La via cosmologica, che sembrava superata da quella antropologica, ritorna con maggiore intensità e con provocazioni ancora più forti”. Non ha poi dimenticato il presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Rettore della Pontificia Università Lateranense la via pulchritudinis, la via della bellezza, annotando come il rapporto tra bellezza e Dio sia a tal punto forte che “l’arte, la letteratura, la musica scomparirebbero per i quattro quinti se Dio non esistesse”, quel Dio che è venuto incontro a noi tramite Gesù Cristo fino a condividere la nostra stessa natura: “Niente come la fede nel Dio che si fa uomo provoca la libertà ad assumere in prima persona il principio di responsabilità. Il Dio che ama come Gesù è il Dio responsabile del fratello che non rimane nella solitudine della morte. […] Dunque, è proprio vero: con Lui o senza di Lui cambia tutto”.
Concluso il Convegno, comincia l’attività di riflessione sui contenuti che sono stati partecipati, attività che impegna ciascuno di noi.

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