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Auguri di un Santo Natale e Felice Anno Nuovo a tutti i lettori

Veniva nel mondo la luce vera,quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. (Gv 1, 9-11.14)
 
Gesù, donatoci da Maria, che è sceso sulla terra per cercarci, per essere figlio, fratello e amico, che è venuto per insegnarci la speranza doni ai vostri cuori e alle vostre famiglie il calore del Suo Amore e la pace della Sua Luce.
 

La redazione ringrazia tutti i suoi lettori e augura un Santo Natale e felice Anno Nuovo

LETTERA APERTA AI GIOVANI: VEGLIAMO SUL FUTURO

Carissimi giovani,
ci rivolgiamo a ognuno di voi con la speranza di avere un po’ della vostra attenzione sottratta ai tanti impegni che spesso vi caratterizzano. Siamo un gruppo di persone che si occupa di pace e di nonviolenza su percorsi cristiani. Abbiamo pensato di rivolgerci a voi, perché crediamo in modo convinto che la pace vi riguardi, vi appartenga come valore in sé e come dimensione importante nel processo della vostra crescita e maturazione. Ai tanti piagnistei, ai numerosi predicatori di sventure, riteniamo che voi per primi avete nella vostra indole, nel vostro corredo genetico le motivazioni per contrapporre inni di vita, sguardi di speranza e azioni di trasparente tenerezza. Il prossimo Natale sarà ancora una volta occasione per rivivere tradizioni più o meno sentite, riti a volte formali; inoltre la perdurante crisi economica rischia di scagliarsi contro le nostre consolidate abitudini, compromettendo scelte e prassi non sempre sentite come autentiche. Proprio a partire dall’autenticità che sempre caratterizza il vostro agire, vorremmo augurarvi un Natale credibile che straripi di speranza, che inondi di benessere chi vi incontra, che mostri nei vostri volti il calore dell’amicizia e della generosità. E’ consuetudine che il primo gennaio la comunità cristiana preghi per la pace nel mondo; quest’anno vorremmo che questo appuntamento fosse arricchito della vostra presenza. Sappiamo che molti di voi non credono e da anni non entrano in una chiesa, ma confidiamo che queste motivazioni non vi trattengano dal partecipare: ci precludereste la possibilità di conoscervi e di ritrovarci insieme per un fine alto, per uno scopo nobile che è quello di vegliare sul futuro, e voi del futuro siete i primi cantori, i protagonisti assoluti, l’espressione più autentica. Non importa se alcuni di voi non se la sentiranno di pregare, fondamentale sarà esserci per testimoniare che la pace interessa anche voi, che la nonviolenza è più affine a voi perché è scelta controcorrente e come tale vi qualifica, che invocare la pace senza giovani è come tradirne la sua natura più intima. Per queste e per altre ragioni che ognuno di voi vorrà darsi, vi diamo appuntamento il primo gennaio 2012, alle 20 presso la chiesa di S. Pietro a Modica; consentirete a chi partecipa di sperare in un futuro migliore e a voi stessi di riscattare i tempi del compromesso e delle stanchezze.  Vi ringraziamo di cuore per averci dedicato un po’del vostro tempo.
 
 

Vivere il presbiterato riconoscendosi figli nel Figlio

Si è svolto dal 14 al 18 novembre 2011, presso Bethania Opera Sacerdotale di Siracusa, un corso di esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e diaconi tenuto da S. E. Mons. Antonio Staglianò. Hanno partecipato al corso circa venti presbiteri provenienti da diverse parrocchie delle Diocesi di Catania e Siracusa e alcuni diaconi tra cui i tre diaconi della nostra Diocesi di Noto, don Armando Fidone, don Nello Garofalo e don Francesco Ingegneri, che hanno seguito gli esercizi spirituali in preparazione della loro Ordinazione Presbiterale, avvenuta giorno 12 dicembre 2011, festa di Nostra Signora di Guadalupe.
La sequenza delle riflessioni è avvenuta con due tappe quotidiane, riuscendo a dare all’ascoltatore la possibilità di meditare, nei tempi dedicati al silenzio, quanto proposto dall’esercitatore.
L’itinerario proposto è stato avvincente e coinvolgente, ispirato a un viaggio simbolico che potremmo definire simultaneamente astrale e abissale, ma in un’ottica di “convergenze parallele”.
L’esempio di potersi trovare in volo e assaporare le meraviglie dello spirito e contemporaneamente in un sottomarino che inabissandosi scandaglia gli anfratti più oscuri del nostro intimo, ha fatto sì che il percorso fosse caratterizzato da attimi di “turbolenza” che inevitabilmente hanno portato momenti di crisi, seguiti da una crescita spirituale, tale da approdare a un’autentica esperienza di fede, in particolare quella della vita totalmente consacrata a Dio.
Tema fondante il corso degli esercizi è stato il rapporto filiale che noi cristiani, e in particolar modo noi a Lui consacrati, dobbiamo instaurare con il Padre tramite il Figlio suo, quindi una relazione personale, intima, che ci conduce a una ricerca, in un viaggio che ci porta alla scoperta del volto del Padre, di un Padre che vuole diventiamo figli nel Figlio.
Inizialmente è stato mostrato ciò che Dio non è. Dio non è, e non deve essere, frutto delle nostre astrazioni, delle nostre immaginazioni, delle nostre fantasie; Dio non è nemmeno un’entità anonima. Dio è il volto che noi cerchiamo, è il volto di un Padre ci si fa vicinanza, che si accosta a noi, entra nella nostra storia e stabilisce con noi, qui sulla terra, un rapporto religioso che va rispettato, un rapporto di alleanza. Dio educa il suo popolo; Dio mi sta dentro, Lui sta dentro di noi, prende dimora in noi e in noi crea la vera fede.
In questo rapporto di fede con Dio, scopriamo di appartenere fin dal profondo del nostro essere a Lui, noi apparteniamo a Lui, e se diciamo di sì a quest’appartenenza, siano costretti a prendere coscienza della nostra figliolanza. Noi non crediamo a un dio generico, ma a un Padre che ci ama, e noi siamo figli di questo Padre che nella sua misericordia infinita verso di noi, è diventato intimo a noi stessi venendo nella storia, incarnandosi.
Nel suo Figlio unigenito, noi abbiamo la possibilità di diventare figli di Dio, figli di un Padre che si dona a noi gratuitamente. In Gesù noi possiamo diventare figli nel Figlio, e solo tramite il Figlio noi possiamo conoscere il vero volto del Padre.
Soltanto coloro che si riconoscono figli nel Figlio, non soltanto entrano nella relazione filiale con il Padre, ma entrano nella relazione filiale che il Figlio di Dio intrattiene con il Padre Suo. Solo così possiamo conoscere Dio, così come Egli è.
Il viaggio proposto da mons. Staglianò è indirizzato a tutti coloro che vogliono vivere in pienezza lo Spirito di Cristo, in una fede cristiana cattolica che sia sempre più: «fides quae per caritatem operatur».
 
N.B.: il contenuto dell’intero corso di esercizi (8 meditazioni + 4 omelie), potrà essere fruibile a tutti, soprattutto per chi volesse immergersi in questo viaggio di scoperta del volto del Padre. Presto sarà disponibile in formato audio; prossimamente sarà realizzato un opuscolo, il cui ricavato della diffusione (sia dell’audio sia del cartaceo) sarà devoluto per la costruzione del Centro cardiologico nella Diocesi gemella di Butembo-Beni.
 
 
Carissimi giovani,
ci rivolgiamo a ognuno di voi con la speranza di avere un po’ della vostra attenzione sottratta ai tanti impegni che spesso vi caratterizzano. Siamo un gruppo di persone che si occupa di pace e di nonviolenza su percorsi cristiani. Abbiamo pensato di rivolgerci a voi, perché crediamo in modo convinto che la pace vi riguardi

Ripensarci a partire dall’eucaristia

Vale molto una Settimana Teologica: lo possiamo dire alla fine della quarantesima edizione. Per il tema, centrale nella vita cristiana. Per la capacità della teologa Marinella Perrone di una comunicazione comprensibile ma anche capace di far pensare. Per la possibilità, se chi ha partecipato rielabora ciò che vive, di non continuare come prima. Nella consapevolezza del tempo in cui siamo, di un tempo in cui viene meno la frequenza alla messa, di un tempo in cui non vale più la precettistica, di un tempo che può diventare occasione per ripensare e ripensarci a partire dall’eucaristia riproponendola con credibilità. Per questo è necessario che prima del rito ci sia l’eucaristia, ci sia una fede che sa dire grazie: grazie per il filo d’erba come per il grande evento, grazie nel sentirsi creature e non riconoscere altro come Dio, nell’invocare guarigione, nel continuare a dire grazie anche se non tutto è chiaro. Partecipando quindi della tensione di Gesù per il Regno e accettando il tempo intermedio. Senza il rendimento di grazie vita e fede rimangono separati e il rito resta un guscio vuoto. Nel tempo la Cena di Gesù è diventata per noi, da simbolo della sua vita sacramento, grazie all’evangelizzazione che permette di pronunciare quel “per voi e per tutti” che attualizza vita, morte e resurrezione del Signore e la raccorda alla sua vita, al suo sentire, al suo relazionarsi. Così la prima sera. Nel secondo intervento un ulteriore chiarezza. Non si può celebrare la Cena del Signore senza una chiara e comunitaria decisione di vivere come Gesù: nel servizio, nella comune interdipendenza, nel dono. Poiché grazie all’eucaristia diventiamo il corpo di Cristo! Se la messa non opera questa trasformazione, rischia di essere un’operazione simile all’idromassaggio: utile solo per il benessere personale. Ma così viene tradita la consegna del Signore! Ogni messa allora deve generare servizio, senza delega, senza fughe spiritualistiche. Con quella differenza chiara – “fra di voi non così” – dalle logiche del potere. Differenza che i testimoni e i martiri tengono viva e che ogni comunità potrà rielaborare, partendo dalla consapevolezza che il battesimo ci rende tutti corresponsabili della qualità della testimonianza. Terza sera: si celebra «nell’attesa della sua venuta», dando alla speranza il volto dell’attesa del Regno e della perseveranza quotidiana. Con quel raccordo tra rito e vita sottolineato dal nostro Vescovo e con indicazioni pastorali che sarà opportuno riprendere, non solo sulla necessaria continuità da dare alla messa ma anche alla pre-messa, a ciò che precede la celebrazione, da pensare sul modello dell’incontro del Risorto nelle vesti di un pellegrino con i discepoli di Emmaus.
 
 
 

Tre nuovi presbiteri nella Chiesa di Noto

Consacrati da Cristo e coinvolti nel suo ministero, i presbiteri non hanno un nuovo sacerdozio, ma l’unico sacerdozio di Cristo viene reso presente e operante in loro perché questi lo realizzino nella diversità dei luoghi e dei tempi».
Il sacerdozio di Cristo non è fatto di riti esteriori ma è un sacerdozio vissuto nella vita, nel dono di sé, nella comunione e nella solidarietà. Il presbitero che vi partecipa è segno dell’amore di Dio.  Egli è uno del popolo, viene dal popolo, vive con il popolo, opera per il popolo santo di Dio. Il presbitero è chiamato per un ministero di mediazione, consapevole che è Cristo l’unico mediatore: questi potrà realizzarlo solo unito al suo Signore.
Con queste espressioni ieri, 12 dicembre 2011, è iniziata la solenne concelebrazione in Cattedrale, nella quale sono stati consacrati nuovi presbiteri della Chiesa di Dio, don Armando, don Nello e don Francesco. In una Cattedrale gremita di fedeli e di sacerdoti, il nostro Vescovo, Mons. Antonio Staglianò ha presieduto la Celebrazione Eucaristica e il singolare rito di consacrazione, e con la presenza sempre buona e discreta di Mons. Giuseppe Malandrino, sono stati donati alla Chiesa di Noto, tre nuovi presbiteri.
Sua Eccellenza il nostro Vescovo, ha voluto ordinare questi giovani in un giorno tutto particolare a lui caro e solenne: la memoria di Nostra Signora di Guadalupe; durante la sua omelia l’attenzione è sovente rimandata alla interpretazione dell’immagine della “Guadalupana”; Maria, la tutta santa è il modello del discepolo che ogni presbitero porta nel cuore attraverso il quale è generato nella Chiesa. I temi della figliolanza dell’uomo, dell’agire più che del fare, dell’essere presbiteri tra il popolo, sono stati oggetto di riflessione nelle parole pronunciate dal Vescovo.
Ai nuovi presbiteri l’augurio è di un fecondo e sempre creativo ministero che giunge principalmente dal Vescovo e da tutto il presbiterio, dai seminaristi e dal popolo di Dio che auspicano per la Chiesa nuove e sante vocazioni alla vita religiosa e sacerdotale perché tutti possiamo essere sostenuti nella debolezza dell’umano affinché riusciamo davvero ad essere segno di Dio.
 

Pane, lavoro e libertà: il Progetto Policoro nella diocesi di Noto

“Pane, lavoro e libertà” è stato lo slogan del convegno che ha riunito giovani e adulti della nostra diocesi il 9 Dicembre scorso, per riflettere sul delicato tema della disoccupazione giovanile e per promuovere il Progetto Policoro “speranza del Sud per il Paese”, spiraglio di luce per i giovani che vogliono mettersi in gioco e agire per il proprio futuro nel territorio e nella storia in cui sono nati e cresciuti.
Al convegno sono intervenuti Mons. Angelo Casile, direttore dell’ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, il Prof. Giancarlo Cursi, formatore nazionale degli Animatori di Comunità e il Prof. Maurilio Assenza, tutor del Progetto per la nostra diocesi.
 Il titolo racchiude l’impegno che ci siamo assunti all’inizio dello scorso anno pastorale, seguendo la pista tracciata dal nostro Vescovo, Mons. Antonio Staglianò, di una cura integrale dell’uomo in un’ottica ecclesiale che faccia cogliere la bellezza e la concretezza del Vangelo.
Il progetto Policoro è stato presentato alla Chiesa di Noto come una seria risposta ad un’emergenza che è anzitutto spirituale e materiale delle nuove generazioni: la disoccupazione, che porta la maggior parte dei giovani del Sud ad assoggettarsi a chi promette libertà, ma in realtà rivela schiavitù.
Mons. Casile ha sottolineato una dimensione del lavoro, alla quale mira il Progetto Policoro e tutta la Chiesa, che è benedizione di Dio, che considera l’uomo, secondo la visione di Sant’Ambrogio, l’estensione della mano di Dio che continua a creare, che è espressione della sinergia degli organismi ecclesiali e di quanti si occupano di sostenere e promuovere il lavoro per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.
I giovani, soggetti e protagonisti del Progetto Policoro, spesso vittime della rassegnazione e dello sfruttamento possono e devono diventare i protagonisti anche del rinnovamento della loro terra, permettendo un cambiamento di mentalità che scuota le coscienze degli adulti e di tutti gli altri giovani che non vedono più una possibilità per il proprio futuro se non in una valigia e un biglietto per il “nord”.
L’assemblea riunita nell’aula magna del Seminario Vescovile, non ha potuto far altro che accogliere l’invito del Prof. Cursi di sostenere gli Animatori di Comunità ed impegnarsi concretamente a diffondere il Progetto e i valori che ad esso sono legati.
La nostra diocesi ha in sé tutte le possibilità per aiutare i giovani del nostro territorio a non sottostare alle logiche attuali del mercato del lavoro, ed ha anche il dovere di sollevare e far sollevare lo sguardo dal basso per puntare all’alto che il Vangelo ci indica, alla dignità dell’uomo che nel lavoro sperimenta la con-creazione con l’opera di Dio.
 
 

COMUNICATO STAMPA – Convegno diocesano: l’intuizione fondamentale del Progetto Policoro è il lavorare insieme


Si terrà il prossimo 9 Dicembre alle ore 18.00 nell’aula magna del seminario vescovile di Noto, in via Gioberti 2, il convegno diocesano “Pane, lavoro e libertà: il Progetto Policoro nella diocesi di Noto”.


Il convegno, organizzato dal Centro servizi diocesano del Progetto Policoro e sostenuto dall’ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro, dal servizio diocesano per la Pastorale giovanile e dalla Caritas diocesana, ha lo scopo di promuovere sul territorio questo progetto organico della Chiesa italiana che tenta di dare risposta concreta al problema della disoccupazione in Italia. Policoro, città in provincia di Matera, è il luogo dove si svolse il primo incontro il 14 dicembre del 1995, subito dopo il 3° Convegno Ecclesiale Nazionale tenuto a Palermo. Si vuole affrontare il problema della disoccupazione giovanile, attivando iniziative di formazione a una nuova cultura del lavoro, promuovendo e sostenendo l’imprenditorialità giovanile e costruendo rapporti di reciprocità e sostegno tra le Chiese del Nord e quelle del Sud, potendo contare sulla fattiva collaborazione di aggregazioni laicali che si ispirano all’insegnamento sociale della Chiesa.


L’intuizione fondamentale del Progetto Policoro è il lavorare insieme di diversi soggetti (ecclesiali, associativi, istituzionali) attorno allo stesso problema (la disoccupazione) nell’ottica dell’attenzione alla persona e alla società per un loro autentico sviluppo nella solidarietà, sussidiarietà e reciprocità tra le Chiese del Nord Italia e del Sud Italia.


Saranno Presenti il Direttore Nazionale della Pastorale Sociale e del Lavoro Don Angelo Casile, il Prof. Giancarlo Cursi delegato dalla Caritas Italiana per la formazione degli Animatori di Comunità del Progetto Policoro e il Prof. Maurilio Assenza Direttore della Caritas Diocesana.


Il direttore UCS


Don Rosario Sultana


Ecco ora il momento favorevole

Domenica 4 Dicembre 2011, alle ore 9,00, a Noto nel Salone del Seminario si terrà l’Assemblea diocesana dell’ACI (aperta a tutti soci e non), dal tema “ECCO ORA IL MOMENTO FAVOREVOLE” (2 Cor. 6,2) Santi nel quotidiano, relatore: Prof. GIANFRANCO AGOSTI  (Consigliere Nazionale Settore Adulti). Questo è il tema che l’ACI ha scelto per il prossimo triennio per mettere in pratica quanto è scaturito dal documento assembleare e che sarà coniugato ogni anno con un aspetto, mantenendo l’attenzione costante sul documento assembleare nel suo insieme: quest’anno l’attenzione è posta sull’essere GENEROSI, il secondo anno Accoglienti e il terzo Solidali.           
Vivere la fede, amare la vita (tema dell’ultima assemblea)  è l’impegno che l’Azione Cattolica sceglie di assumere oggi con coraggio e forza, nella certezza che solo una fede autentica è capace di cambiare le vita, solo una fede vissuta pienamente può orientare scelte di bene per la Chiesa e il Paese. E’ questo il momento favorevole! Crediamo, infatti, che questo tempo che ci viene donato è tempo buono e bello per poter ridire la nostra passione per l’uomo, per la sua storia. E’ Tempo nuovo e rinnovato dall’incontro sempre vero e unico con il Signore Gesù che cambia le nostre vite ridonando senso e significato alla nostra quotidianità. E’ tempo propizio per poter testimoniare con gioia e raccontare insieme la buona notizia del Vangelo e per spendersi nel mondo a servizio del bene comune. 
Vivere la fede, amare la vita è l’impegno di fondo che le associazioni si danno per cogliere l’urgenza e il pregio dell’attuale momento storico, contraddistinto da fragilità, precarietà, caoticità. L’Azione Cattolica vuole navigare con l’uomo contemporaneo questo mare tempestoso, sicura che il Cristo, sulla barca, sarà Parola buona per placare la burrasca.
 
 
 

PROGRAMMA DELLA GIORNATA:

 

v  Ore 9,00 Accoglienza.

v  Ore 9,30  Ora Media e Saluto del  vescovo. Mons. Staglianò

v  Ore 10 Relazione del prof. Gianfranco Agosti

v  Ore 11 Pausa .

v  Ore 11,15 Rientro in Aula e laboratori

v  Ore 12,00 Celebrazione della Santa Messa.

v  Ore 13,00 Pranzo a sacco.

v  Ore 15,00 Incontro con i Presidenti Parrocchiali.

 

Calendario degli altri incontri:

          9 dicembre  2011  Convegno  “Policoro” ore 18,00  – Seminario Vescovile  Noto

          18 dicembre 2011, giornata di spiritualità, ore 9,30 – Convento Frati minori – Ispica

          5 Febbraio 2012  giornata di spiritualità ore 9,30     “Parr. Madonna della Fiducia” –  Pozzallo

          22 Aprile 2012 ore 9,30  – Parrocchia S. Gaetano – Portopalo

 

 


Un Avvento vero, per un Natale santo

L’Avvento è un “tempo della nostra vita”, meglio è un “tempo per la nostra vera vita”. E’ comunque “un tempo”. Ricordo cosa Sant’Agostino rispose agli scettici, i quali affermavano che il tempo non esiste. “Il passato non c’è più, il presente fugge e passa all’istante e il futuro non è ancora”, dicevano; e allora, cosa è il tempo? Risposta del sapiente Padre della Chiesa: “se me lo chiedi non lo so, se non me lo chiedi lo so”. Strana risposta, eppure profonda. C’è una ignoranza effettiva sul tempo, semplicemente perché il tempo non si lascia definire in un concetto, ma è disponibile a essere vissuto. Se lo vuoi definire non sai cosa è il tempo, se lo vivi lo sai: è l’ignoranza del concetto, è l’inadeguatezza della definizione. Infatti, ognuno di noi ha il gusto del tempo, “sa del tempo”, del proprio tempo, perché vive e la sua esistenza è temporale. Questo sapere del tempo ci impedisce di identificarlo allo scorrere dell’orologio, del cronometro (letteralmente “metro”, cioè misura del kronos, tempo). Lo sanno tutti gli innamorati quando dopo essersi incontrati lamentano che il tempo è trascorso troppo velocemente. Lo sanno anche gli studenti poco appassionati alla scuola, quando percepiscono che certe ore di lezione non terminano mai. Lo sanno ovviamente alcuni parrocchiani della domenica, i quali vanno senz’altro a messa, ma dentro le inevitabili preoccupazioni della vita (il pranzo, la pulizia della casa, etc. etc.), ritengono di doversi “sbrigare” e perciò malsopportano le prediche lunghe (anche qualora fossero spiritualmente sapienti o esistenzialmente toccanti); insomma, si ha fretta e poi, alla fin fine, per tutti, “il tempo è denaro”. Lo è anche il tempo vuoto (dal lavoro) della domenica.
Il tempo non è dunque kronos, non sono i minuti che passano, ma è l’anima della persona che si distende e respira, si riposa e avanza, rallenta e riprende più spedita il cammino alla ricerca del bello, del bene, del vero, del significato delle cose che la circondano, della dignità dell’altro-persona che le sta davanti e invoca un gesto di amicizia, di vicinanza, di compassione. Quando l’Altro è Dio, allora il tempo umano è sempre l’anima della persona che attende un suo avvento, attende una sua manifestazione. Tutti noi attendiamo una illuminazione che dischiuda nuovi orizzonti al nostro esistere e ci elevi dalla pozzanghera in cui spesso ci gettiamo alla ricerca di piaceri effimeri, superficiali, futili, che non ci rendono felici, ci impediscono di arrivare svegli alla vera meta, la nostra gioia.
Allora si capisce che il tempo di Avvento non è semplicemente un certo numero di giorni che ci portano diritti al Natale (lo è anche, liturgicamente); piuttosto è attesa di un accadimento che cambi la qualità del nostro tempo e lo renda finalmente “tempo umano”. Ecco come si attiva subito un processo di umanizzazione del tempo, per il solo fatto che si attende. L’attesa apre il cuore alla speranza e rompe il cerchio del “tempo alienato” in una attitudine materialistica e consumistica che ha tutti convinto della necessità del lavoro frenetico per “far soldi”, per accumulare sempre più beni, da cui verrebbe soltanto la sicurezza: beni materiali da guadagnare, da accrescere, da tenere egoisticamente per sé, senza nessuna partecipazione sociale. Il fatto di trovarsi in emergenza economica, nella transizione di questa crisi finanziaria che sta facendo tremare un po’ tutti, rischia di ingrandire questo ripiegamento su se stessi, approfondendo nell’animo di ogni persona la tendenza sociale alla desolidarizzazione, alla indifferenza del più povero e del più disagiato. Insomma l’egoismo del narcisista e dell’edonista si offende alla sola idea che è necessario per tutti abbassare lo standard di vita, inoltrarsi verso uno sviluppo sostenibile e un commercio equosolidale. In questo vortice, però, il tempo umano si perde e nulla si attende, nemmeno un “futuro migliore”, impantanati come si è nell’attuale presente, preteso eterno.
Tuttavia, “nessun presente è degno dell’uomo”. Ecco l’importanza dell’Avvento, tempo propizio, kairòs del Dio che “avviene”. L’Avvento chiede che il tempo parli il linguaggio della speranza, dell’utopia: interrompe così la catena egoistica degli affari da proteggere e sviluppa dinamiche opposte, quelle del dono generoso, dell’apertura fraterna, del servizio umile e silenzioso, della carità. L’attesa orienta la direzione del cuore. Si deve attendere, ma non si può “aspettare Godot” (un dio che non giunge mai). La fede cristiana – nel tempo di Avvento – provoca l’attesa dell’uomo a proiettarsi su cose importanti, essenziali, profonde, divine, sulla nascita di un bimbo a Natale. L’Atteso – per i cristiani- ha un nome, Gesù il Salvatore, ha una storia, ha un messaggio di liberazione, di vita, porta una promessa di felicità. Attendiamo perché avvenga la gioia desiderata dal nostro cuore inquieto e attendiamo nelle fatiche di ogni giorno, senza stancarci mai.
Verrà, verrà, di sicuro verrà. A Natale, verrà, Lui, la Parola del Dio vivente. Verrà a “zittire chiacchiere mie” (C. Rebora) con potenza di una Parola che può dare nuovo gusto al parlare degli uomini. Verrà con la presenza di una Parola fatta carne e si presenterà davanti agli uomini per essere accolta con fede. Già! con una fede cristiana, cioè una fede che Le corrisponda, operosa nella carità. Una fede che non pretenda incontrare la persona stessa del Figlio di Dio – nel piccolo di Betlehem che nasce a Natale -, semplicemente perché vi crede con la testa e non con il cuore, vi aderisce con il sentimento e non con la ragione, si affida con l’intelligenza e non con il corpo, ma piuttosto vi crede con la totalità dell’essere umano e soprattutto vi crede per vivere e per operare.
Il tempo liturgico di Avvento ci istruisce bene su come si attende il Figlio di Dio nella carne, su come si attende il Natale del Signore della vita. L’uomo vero, perché “gloria” (manifestazione) del Dio vero. L’attesa in questo tempo punta  diritto sull’uomo nuovo che in Lui si manifesta. Una nuova aurora per l’umano dell’uomo, che sia inestinguibile, un giorno umano che non tramonti mai, per splendore e bellezza. E’ l’uomo che è tutto amore, tutto vicinanza e prossimità, amicizia e solidarietà. Dal Natale in poi, la Sua pro-esistenza rivela l’agape/carità che Dio è dall’eterno e meraviglia gli umani perché “questa umanità” – trasparenza di una presenza personale di Dio – non se ne sta negli abissi dei sottofondi marini, o nel più alto dei cieli, piuttosto abita tra le case della gente, avanza discreta per le strade degli uomini, si insinua nei crocicchi degli emarginati, penetra nelle fessure degli afflitti, si lascia ascoltare nella sordità dei morenti, là dove le tenebre scendono sulla città degli uomini, e non disdegna nemmeno di “sedere alla mensa dei peccatori”.
Tanto grande e infinita è la misericordia di Dio. D’altronde, questo è l’annuncio e così viene letto l’Evento del Natale, dell’avvicinarsi personale di Dio Padre, nel Figlio, per la potenza dello Spirito santo, agente nel grembo di Maria, il terreno fertile che dona il frutto più grande e più bello: “ha avuto misericordia”. E’ un atto di misericordia, il più grande e il più bello. Il suo messaggero, il Battista, doveva essere così nominato. “Si chiamerà Giovanni”, cioè Jo-hannah (= Dio si è piegato e ha avuto misericordia).
Tempo di Avvento? Si, un Avvento vero per un Natale santo. Che l’avvento entri nel tempo, lo qualifichi, esalti la sua dignità, lo faccia diventare “tempo umano”. Lo diventerà umano, se gli uomini impareranno ad assomigliare di più a Dio che li ha creati a propria immagine e somiglianza; se gli uomini si educheranno alla misericordia di Dio per noi umani.
Come vi ho spiegato nella mia Prima Lettera pastorale – Misericordia io voglio – la misericordia non è buonismo, anzi presuppone la capacita di indignarsi. Vi scrivevo infatti: “come si può esprimere la compassione di chi ha occhi, orecchi e cuore per vedere il dolore, sentire il gemito, provare una sincera pena spesso impotente? […] indignarsi è la garanzia della stessa misericordia, che si fa grido profetico contro l’ingiustizia proteiforme di Caino: “il sangue di tuo fratello grida verso di me”. Non si indignò Gesù quando dovette riconoscere l’ottusità e la cecità dei suoi fratelli o quando si confrontò con lo strapotere del male in tutte le sue forme degradanti? Indignarsi per il male nel mondo, per il peccato degli uomini, appare come una condizione per poter esercitare la misericordia”.  
            Per educarsi alla misericordia di Dio in questo tempo umano di Avvento e giungere da testimoni di un cristianesimo vivo al santo Natale, potremmo osare l’iniziativa di qualche “esercizio spirituale”. E’ un esercizio “secondo lo Spirito di Colui che viene” e pertanto è esercizio spirituale che si compie e si realizza nella nostra carne, nella nostra esistenza concreta, nella praticità di azioni operose che profumano di carità e misericordia. “Esercizi spirituali”, dunque, per i cristiani della Chiesa di Noto potrebbero essere i seguenti:
           
1. leggere e meditare insieme ad altri la Lettera pastorale sulla misericordia: è ovvio, la si può (e la si deve anche) leggere da soli, ma farlo insieme ad altri significa “cercare l’aiuto dell’intelligenza spirituale di altri fratelli” e quindi offrire ad altri la propria, per comunicare nella fede e sentire con la Chiesa, facendo comunione, compaginando così – anche per questa via – il corpo ecclesiale nel suo splendore, nell’amore dei fratelli che “stanno insieme” (“come è bello che i fratelli stiano/vivano insieme”);
            2. proporre suggerimenti – meditando insieme agli altri la Lettera pastorale – per superare certa “fede morta” (cfr san Giacomo) che vuole affermarsi come fede senza le opere, che si esprime come ascolto della Parola di Dio senza nessuna pratica (così illudendoci d’essere credenti), e che si manifesta come celebrazioni rituali dentro il tempio senza nessuna missione per le strade degli uomini;
            3. per i cristiani cattolici della domenica non dovrebbe bastare “andare a Messa” per obbedire al comandamento di Dio che chiede di “santificare la festa”, ma sarebbe utile  tracciare un elenco di “opere di misericordia corporali” – sempre insieme ad altri –, che nella parrocchia, tutta la comunità cristiana dovrebbe vivere per onorare realmente il comandamento del Signore e restare all’altezza della grazia eucaristica ricevuta nel sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, del dono della sua vita per amore.
 
            E allora, armiamoci di coraggio per combattere la buona battaglia della fede in questo Avvento. E’ una battaglia che si fa non contro i mulini a vento, ma contro il male che affligge in tutti i settori della società gli uomini e le donne di oggi. Duc in altum, dunque, si può fare sempre di più e, quanto a magnanimità, a larghezza d’animo, non c’è un limite all’apertura infinita del nostro cuore. Tocca ora a noi, per dare qualità umana al nostro tempo. Certo che è difficile l’impresa dell’amore cristiano! Non è però impossibile. Non siamo soli. Lo Spirito del Risorto è in noi. E’ Lui che ci educa ad attendere bene e a gustare l’Avvento come tempo per insistere con maggiore energia nell’educazione alla misericordia: purché non si trasformi la misericordia in dottrina, ma piuttosto cominci a diventare stile di vita, costume giornaliero, ethos civile, utopia del futuro che già viene, mentre il Figlio della misericordia avviene e ci accompagna nel nostro cammino di viandanti verso la Patria celeste.
Perciò in questo Avvento non smetteremo di pregare di giorno (e possibilmente anche di notte, perché a nessuno si proibisce di fare qualche preghiera svegliandosi di notte e a nessuna parrocchia cattolica si proibisce di organizzare qualche adorazione notturna): “mostraci o Padre la tua misericordia”.
Auguro a tutti buon tempo di Avvento per un Santo Natale.
 

La cena di Gesù, l’Eucaristia della Chiesa

Per il IV Vangelo, che racconta, al posto dell’istituzione dell’Eucaristia, “l’istituzione” della lavanda dei piedi, il significato dell’Eucaristia è evidente nel gesto di Gesù chino sulle estremità dei discepoli, come un servo. L’Eucaristia è il memoriale del dono totale della vita di Cristo per noi, è l’annuncio della sua morte e della sua risurrezione nell’attesa del suo ritorno definitivo, come ricorda Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Per questo è cattedra dell’amore e del servizio e fonte del mutuo nesso-energia di amore per cui ognuno si fa servo degli altri. La Chiesa è la compagine, la congregatio di quanti hanno e fanno memoria di questo amore, di quanti attingono costantemente a questa cattedra. Il con-venire nella chiesa è costituito dall’amore di Dio apparso nel Crocifisso risorto: l’Eucaristia è Sacramentum unitatis. Come si esprime il Vaticano II nella Costituzione Lumen gentium, «Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor 5,7), viene celebrato sull’altare, si rinnova l’opera della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata ed effettuata l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor 10,17)» (n. 3).
Siamo di fronte all’effetto, potremmo dire, dell’Eucaristia, che è quello di radunare degli uomini e delle donne in una “convocazione santa” (chiesa). I discepoli di Gesù sono i convocati da Dio, perché hanno creduto alla morte e alla resurrezione di Cristo. Come affermava don Giuseppe Dossetti, fondatore di una fraternità segnata dal primato della Parola, della fractio panis e della condivisione con i “minimi”, «L’eucarestia è principalmente l’atto stesso di Cristo nella sua morte e nella sua resurrezione che si fa presente, che si fa presente in sé e nell’assemblea dei fedeli e in ciascuno dei fedeli e, pertanto, produce questo unirsi di ciascuno dei fedeli con Cristo e dei fedeli tra di loro» (Per una chiesa eucaristica).
Il tema della XL Settimana teologica vuole metter a fuoco che cosa unisce la Chiesa e nella Chiesa, che cosa unisce una diocesi, il Vescovo e il suo presbiterio, una parrocchia, una comunità di parrocchie, un gruppo ecclesiale, una fraternità religiosa, qualsivoglia comunità cristiana. Ciò che unisce è l’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù. Per questo l’Eucaristia, innanzi tutto ed essenzialmente, è un ricevere questo amore, credere a questo amore, accoglierlo. Tutte le altre cose, dai dogmi, alle scelte pastorali – persino il Carisma sacramentale, il Sacramento dell’ordine, che serve appunto ad ordinare, a riunire, ad armonizzare – sono strumenti (in senso teologico) opportuni perché questo amore ci raggiunga e possa radunare la Chiesa.
La comunità dei discepoli di Gesù è luogo dell’accadimento di questo particolare tipo di amore. Ecco perché, come ci ha ricordato in nostro Vescovo nella sua Prima Lettera pastorale alla chiesa locale di Noto Misericordia io voglio,la parola più grande della Chiesa è la misericordia e il perdono. Le nostre comunità esistono per rendere visibile questo amore strano, anzi a dire di Paolo, questa “pazzia di Dio”, questa “follia della croce” (1Cor 1, 18), questo dono, questo amare senza sottintesi motivi, questo perdonare chi ha sbagliato, questo avere speranza per l’ultimo peccatore.